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19.11.2020 - 18:160
Aggiornamento : 20:37

«Pensavo che il virus fosse una invenzione, poi mi sono ammalato pure io»

Tre testimonianze di persone che raccontano come il Covid-19 ha cambiato le loro vite.

BERNA - Li abbiamo visti scendere in piazza con tanto di cartelloni per protestare contro le misure di restrizione decise dal Consiglio federale. Hanno inondato i social di commenti e accuse negando l'esistenza del coronavirus. Sono i negazionisti e gli scettici. Se ne continua a parlare, anche perché ha fatto parecchio scalpore negli scorsi giorni - perfino sulla stampa internazionale - le dichiarazioni dell’economista sanitario Willy Oggier, che aveva invitato a non prestare cure sanitarie nei reparti di cure intense a tutti coloro che avevano negato la pandemia. 

Abbiamo incontrato tre persone. Due di loro hanno cambiato idea sul virus. Uno invece no.


C.F.

C.F. (39 anni): «Pensavo che il virus fosse una invenzione, poi mi sono ammalato pure io»
«Per molto tempo ho pensato che il Covid fosse qualcosa inventato a tavolino. Poi mi sono convinto che fosse un virus, e che non bisognava farne un dramma. Indossavo una mascherina e tenevo le distanze, ma in realtà solo per proteggere i gruppi a rischio nella mia cerchia familiare. Pensavo che a me non sarebbe successo nulla. Ho sempre deriso il virus, sapere di essere stato infettato è stato uno shock. Ho avuto un'emicrania a metà ottobre, ma non ci ho dato molta importanza. Poi è arrivata la tosse. La mattina dopo avevo la febbre e un forte dolore agli arti. Quando ho iniziato ad avere difficoltà a respirare, il virus aveva ormai preso il pieno sopravvento. Avevo la sensazione di annegare. Sono stati i peggiori minuti della mia vita. Pensavo di morire. In quei giorni mio marito viveva nella stanza accanto, isolato da me. Un giorno sono rimasto senza fiato, non potevo nemmeno gridare o chiedere aiuto. Sono riuscita a mandargli un messaggio con il telefonino. È rimasto sulla soglia e guardarmi ansimare. È lì che ho capito che il Covid-19 esiste realmente e non è un innocuo virus influenzale. Oggi mi vergogno di aver sottovalutato il virus. Credo che ci siano troppo poche misure in Svizzera per combattere la pandemia. Il requisito della mascherina a livello nazionale nei negozi, ad esempio, avrebbero dovuto imporlo molto prima. Penso anche che un secondo lockdown non sarebbe sbagliato. Sono stato gravemente malata a letto per quattro settimane e oggi non sono ancora del tutto guarita. La tosse e la stanchezza sono ancora lì. Se resto in piedi per un'ora, devo subito dopo sdraiarmi per almeno un’oretta. Il virus si è preso tutte le mie energie. Spero di poter lavorare di nuovo a tempo parziale tramite homeworking, e in futuro tornare a lavorare normalmente».

Marco Arena (47): "Per me il virus era una tattica per incutere terrore, finché non è morto mio zio»

«La scorsa settimana mio ​​zio è morto di coronavirus in ospedale. Aveva 74 anni, ma non aveva grossi problemi di salute. Quando gli ho parlato al telefono lo scorso weekend, era ancora in forma. La sua salute è poi peggiorata molto rapidamente a causa dell'infezione. Due giorni dopo la nostra conversazione, non riusciva più a respirare bene e si sentiva debole. Un giorno dopo è entrato in coma. Il giorno dopo è morto. Devo essere onesto: prima che mio zio si ammalasse, pensavo che ci fosse troppo clamore sul virus e che tutte le restrittive misure fossero esagerate. Non sono mai stato a una manifestazione anti Covid, ma ho sempre pensato che fosse qualcosa costruito ad arte per metterci paura. Ho immaginato che usassero questa scusa del virus per distogliere la nostra attenzione da altri problemi nel mondo o in politica, come la crisi climatica, gli interessi finanziari o la povertà. Per me, fino a poco tempo fa, il coronavirus era solo una classica influenza e niente più. Oggi vedo le cose in modo leggermente diverso: sono preoccupato per i miei genitori e per i pazienti ad alto rischio nella nostra società. Sebbene fossi uno scettico del virus, ho sempre seguito le misure per proteggere i gruppi a rischio. Ma ora sono molto più cauto e anche più premuroso. Trovo irresponsabili quelli che si incontrano oggi senza mascherine e non rispettano la distanza minima. Se qualcuno mi dice che ritiene eccessive le misure prese dal governo federale, rispondo che anch'io la pensavo così - fino alla morte di mio zio. Non conoscevo nessuno intorno a me che fosse stato infettato da Covid-19. Il virus era qualcosa di molto lontana. Ma ho dovuto ricredermi».


Ivan Beeler

Ivan Beeler (31): "Quando ho avuto l'influenza due anni fa, mi sentivo peggio".
«A ottobre sono stato in vacanza in Germania su un veliero, insieme ad alcuni amici svizzeri, per circa una settimana. Eravamo 26 persone dai 20 ai 35 anni. Dopo pochi giorni, ho avuto febbre, tosse e raffreddore. Pensavo fosse a causa del clima fresco e umido. In realtà era il coronavirus. Dato che vivevamo in uno spazio molto ristretto, siamo stati tutti infettati. Non avevo sintomi, ma mi sono sottoposto ugualmente al test e sono risultato positivo. Ho lavorato da casa durante la quarantena. Nessuno nel mio gruppo di vacanze ha avuto sintomi gravi. Ho avuto l'influenza due anni fa e sono stato a letto con la febbre per quattro giorni. Devo essere sincero: allora mi sentivo molto peggio. Sono consapevole che il coronavirus sia pericoloso per alcune persone, come gli anziani e le persone con malattie pregresse. Ma tutto sommato è un'influenza. Ritengo che sia stata un’esagerazione il clamore drammatico fatto attorno alla pandemia. Potevo capirlo all’inizio quando nessuno sapeva di cosa si trattasse esattamente. Ma ora più continuano a parlarmi di situazione critica, e più divento scettico. Per me le misure sono sproporzionate. Sono stupito che i giovani non si ribellino, perché in questo momento gli viene praticamente tolto tutto».

 

C.F.
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