Da star della TV italiana al flop di Bellinzona, ma Giuffrida si è perdonato

«Con Petkovic feci il peggior allenamento della mia vita»
Bellinzona sliding door negativa: «Ma il calcio è meritocratico: quello che ho avuto è quello che mi sono meritato».
«Con Petkovic feci il peggior allenamento della mia vita»
Bellinzona sliding door negativa: «Ma il calcio è meritocratico: quello che ho avuto è quello che mi sono meritato».
MILANO - C’è stato un momento, qualche anno fa ormai, in cui Christian Giuffrida era uno dei calciatori più conosciuti d’Italia. Non per meriti sportivi, non solo almeno, ma perché era uno dei protagonisti del reality “Campioni, il sogno”, nel quale un gruppo di ragazzi ambiziosi (e con delle qualità, ovviamente) vestivano la maglietta del Cervia e, agli ordini di mister Ciccio Graziani, partecipavano al campionato di Eccellenza. Uscito dallo spogliatoio romagnolo, l’allora 20enne, uno dei più talentuosi del progetto, finì a Bellinzona, preceduto dalla sua fama e portando con sé un carico di belle speranze. Visse però mesi difficili dopo i quali, visto pochissimo il campo, decise di partire in prestito per “andare a giocare”.
«È probabilmente la decisione della quale più mi pento per quel che riguarda la mia carriera sportiva - ci ha spiegato proprio l’ex attaccante - Stavo facendo il professionista, ero in un gruppo con compagni molto esperti… avrei dovuto capire che quello era il momento di mangiare la panchina, lavorare, crescere e pazientare per un’occasione. Invece arrivavo da un’annata nella quale avevo sempre giocato, volevo continuare a farlo e così chiesi di partire».
Pessimi ricordi, quindi?
«No, il ricordo sportivo è molto bello. Ho diviso lo spogliatoio con grandi giocatori, ho comunque fatto un’esperienza che mi ha costretto a crescere in fretta…».
Un ventenne accanto a uomini che vivevano di calcio.
«I ragazzi di oggi sono più maturi, io probabilmente all’epoca non lo ero. E non venendo da una famiglia di sportivi, non avevo neppure chi potesse consigliarmi per il meglio. Il rammarico è legato a quello, perché sono convinto che completando il mio ciclo a Bellinzona avrei potuto avere una storia diversa nel calcio. Detto ciò e sottolineando come, davvero, le carriere siano imprevedibili, io credo comunque che il pallone sia meritocratico. Se ho giocato in Eccellenza e Serie D e non da professionista è perché, probabilmente, quello mi sono meritato. Il dubbio comunque resta, anche perché da attaccante basta una stagione fatta bene per svoltare. Segni, ti notano e decolli».
In granata hai avuto Maccoppi e Petkovic.
«Il primo lo trovai lì. Vi racconto un aneddoto. Cominciai da infortunato, reduce da un’operazione al ginocchio e per il primo mese e mezzo feci riabilitazione. Poi lentamente cominciai a seguire la squadra, senza però mai vedere il campo. Davanti a me, nel mio ruolo, c’era Christian Ianu, grande giocatore che però quell’anno stava facendo fatica. Dopo qualche settimana, allora, Maccoppi mi chiamò nel suo ufficio e mi anticipò che avrei giocato. Niente adattamento al campionato, niente impegno graduale. Da zero a titolare. E poi aggiunse: “ma solo fino a fine primo tempo perché non sei pronto mentalmente”. Che poi, io mi sono sempre chiesto cosa significasse. Comunque… andiamo in trasferta, scendo in campo e ci rimango almeno fino al 65’ e lì ho un’occasione d’oro. Cross, colpo di testa ma scelgo l’angolo sbagliato e il pallone esce. Credo quella sia stata una sliding door. Subito dopo, infatti, il mister mi sostituì e… non rimisi mai più piede in campo».
E Vlado?
«Quando arrivò io ero fuori rosa, mi allenavo a parte. Un giorno però, per esigenze di organico, mi chiesero di aggregarmi alla squadra per un’amichevole in Italia. Non ricordo dove. Io, felicissimo, mi presentai carico. E, destino e incastri vari con infortuni dei miei compagni, a 15’ dalla fine Petkovic mi mise in campo quando stavamo perdendo 1-0. Bene, segnai il pari con un’azione solitaria e poi feci l’assist per il 2-1. Potete immaginare il mio stato d’animo. E potete immaginare quando, dopo quella prestazione, Vlado mi chiese di lavorare con la squadra».
L’occasione d’oro?
«Può essere. Però non so che mi successe. Non so che mi prese. Ricordo che mi tremavano le gambe e che quel giorno non riuscii a fare nulla, nemmeno a stoppare un pallone. Feci il peggiore allenamento della mia vita».
Vlado che poi, da tifoso giallorosso quale sei, non troppo tempo dopo “ritrovasti” sulla panchina della Lazio.
«Ma non lo sentii in quel periodo. Sentii invece Adrian Pit, che dopo Bellinzona andò alla Roma».
Chiusa con rammarico l’avventura nel calcio, quale strada hai preso?
«Con rammarico no, come detto, ho probabilmente giocato al livello che meritavo. Certo, avessi fatto altre scelte avrei avuto magari più possibilità di emergere. Per esempio, con la formula della Challenge League, spesso la seconda parte di campionato è quasi inutile per le tante squadre che non corrono per la promozione o per la salvezza. Era il caso di quel Bellinzona e, forse, in quanto giovane avrei avuto qualche occasione in più per mettermi in mostra. Fossi stato zitto… In generale però, come detto, sono convinto che nella vita, alla fine, uno ottiene quello che merita. Nel mio presente, comunque, di spazio per il calcio non ce n’è molto».
Pagina voltata?
«Lavoro per una società di Milano. Sono head of network, mi occupo dello sviluppo della rete di franchising».








