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MILANO
09.03.2021 - 08:150
Aggiornamento : 19:51

«La “bolla” esiste già ora, chiamo Paolo Maldini e mi dice...»

«Gli undici in campo sono solo la punta dell’iceberg».

Sicurezza e modifiche, il futuro dell’Europeo spiegato dall’avvocato Pierfilippo Capello.

MILANO - Rinviato nel 2020, l’Europeo si terrà nel 2021. E si disputerà come da programma in dodici città e dodici Paesi differenti. Questo racconta l’ultima comunicazione ufficiale di una UEFA che ha però, per il momento, evitato di specificare quali e quante saranno le restrizioni alle quali dovranno piegarsi i giocatori. Ovvero i grandi protagonisti dello spettacolo. Ovvero quelli che corrono i rischi maggiori.

«Il calciatore ha diritto di rispondere alle convocazioni della sua nazionale», ci ha spiegato Pierfilippo Capello, figlio del Fabio campione e super allenatore ma, soprattutto, uno dei massimi esperti mondiali di diritto sportivo.

«Il club non può impedire che un suo tesserato parta - ha proseguito il 50enne avvocato e docente - Parlo ovviamente delle maggiori leghe europee. Anche se ogni tanto si legge “Il Milan, il Paris Saint-Germain… ha rifiutato di dare un giocatore”, non è esattamente così. Per quel che riguarda i futuri impegni delle nazionali, secondo il mio parere i giocatori non hanno eccessive preoccupazioni; ormai sono abituati a muoversi all'interno di un sistema super controllato. Immagino anzi che agli Europei il principio della “bolla” sarà ancora più estremo. Ora, per esempio, quando finisce la partita il professionista va a casa. In una competizione internazionale è invece molto probabile che resti in ritiro per tutta la durata dell’evento». 

Per vivere l’impegno con maggior serenità, le Federazioni possono puntare a livelli uniformi di sicurezza?
«Assolutamente sì. Penso alle Federazioni più sensibili in materia di controlli; queste possono richiedere che gli avversari di turno della loro selezione rispettino parametri uguali a quelli da loro osservati. Questo per evitare di far correre dei rischi inutili ai loro giocatori. Credo quindi che domandare alla UEFA l’istituzione di un protocollo uniforme sia possibile. Anzi, immagino sarebbe solamente ragionevole proprio per evitare ogni tipo di problema». 

Chiedere o imporre?
«Gli Enti nazionali non possono imporre nulla. Possono chiedere alla UEFA dei cambiamenti manifestando, in caso contrario, la volontà di non partecipare alla manifestazione in questione».

Non presentarsi all’Europeo avrebbe strascichi pesanti.
«Certo, potrebbe portare all’apertura di un procedimento disciplinare nei confronti di una Federazione. Ma se questa ritiene che i suoi giocatori o il suo staff non siano al sicuro… Secondo me, comunque, si arriverà a un protocollo comune e alla creazione di una bolla il più possibile impenetrabile. Come d’altronde sta già accadendo nei maggiori campionati europei. Torniamo per un attimo all’Italia. Già oggi, poter incontrare un direttore sportivo o un amministratore delegato di una club è complicato. Tali dirigenti sono a stretto contatto con i giocatori e quindi hanno appuntamenti con degli “esterni” solo se questi hanno fatto il tampone nelle ore precedenti. Cioè, se io domani devo parlare con Maldini al Milan - faccio un nome a caso - Paolo mi dice: “Sì, però tu puoi venire solo se negli ultimi due giorni hai fatto un tampone, perché poi io domani sono con la squadra”». 

Cambiare la programmazione dell’Europeo, rendendolo “fisso” invece che itinerante, è possibile?
«La più grande preoccupazione, in questo momento, riguarda il completamento dei campionati delle nazioni qualificate alla fase finale della manifestazione continentale. Qualora da qualche parte in Europa ci fosse un lockdown come quello dell’anno scorso, che portasse allo stop di una Lega, non ci sarebbe infatti più il tempo per chiudere i giochi prima degli impegni delle selezioni». 

È solo un problema di “quando”, piuttosto che di “dove”?
«Non proprio. Il sistema itinerante ora programmato è difficilmente trasformabile. E non parlo dei giocatori, degli undici che vanno in campo, quelli sono solo la punta dell’iceberg. Non è una partita di Champions; in quel caso si caricano le due squadre sugli aerei, si fa un giorno di ritiro e la sede può essere cambiata velocemente. Penso invece ai media, agli sponsor locali che hanno fatto dei contratti con la città o i trasporti, alla logistica e a tutto quello che ruota intorno all’evento. Senza per il momento considerare i tifosi, dei quali ancora non è certa la presenza. Diciamo che più ci si avvicina alla competizione, più è complicato immaginare un cambiamento».

È ipotizzabile che la UEFA abbia fissato un punto di non ritorno, oltre il quale non è più possibile cambiare rotta?
«Sì certo. Una data limite entro la quale esiste ancora la possibilità di rivedere la fase finale dell’Europeo. Oltre quella? Si continua per la strada già tracciata; non si torna indietro».

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