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Tiziano Gagliardi: "Andare in B sarebbe la fine dell'Ambrì"

Direttore di Ticino Turismo, il popolare Titi è un simbolo biancoblù. Da giocatore a presidente, crede ancora nella squadra: "Manca la capacità di metterla dentro, ma l’impegno non manca"
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Tiziano Gagliardi: "Andare in B sarebbe la fine dell'Ambrì"
Direttore di Ticino Turismo, il popolare Titi è un simbolo biancoblù. Da giocatore a presidente, crede ancora nella squadra: "Manca la capacità di metterla dentro, ma l’impegno non manca"
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BELLINZONA – Giocatore, commissario tecnico, presidente, ma soprattutto tifoso. Tiziano Gagliardi, il popolare Titi, direttore di Ticino Turismo e bandiera biancoblù, è stato tutto quello che ha potuto per l’Ambr&igr...

BELLINZONA – Giocatore, commissario tecnico, presidente, ma soprattutto tifoso. Tiziano Gagliardi, il popolare Titi, direttore di Ticino Turismo e bandiera biancoblù, è stato tutto quello che ha potuto per l’Ambrì. Dalle lotte sul ghiaccio nei mitici anni Settanta alle sofferenze in tribuna nelle ultime martoriate stagioni.

E quella appena cominciata rischia di non essere meno travagliata. Due partite e ultimo posto: una condanna annunciata, Gagliardi?
“Una bruttissima sensazione, alla quale non ci si deve abituare, ma sarebbe ingiusto e anche scorretto calare giudizi dopo due sole partite. È vero, abbiamo perso contro due rivali dirette per l’accesso ai playoff, ma bisogna lasciare un po’ di tempo alla squadra, come ha spiegato lo stesso Constantine”.

A questa squadra sembra mancare sempre qualcosa. Ma cosa?
“La capacità di metterla dentro, di capitalizzare la miriade di occasioni che si crea. È un problema mentale. Contro il Rapperswil, avessimo realizzato solo il venti percento di quanto creato avremmo vinto in carrozza. Anche con il Bienne ho visto una squadra che giocava bene, aggressiva, buttava dischi negli angoli e li andava a prendere, presente nell’uno contro uno, ma putroppo senza concretezza. Ci vuole più concentrazione nelle situazioni di power e box play, situazioni che sono decisive”.

Può risalire questo Ambrì, almeno per restare attaccato alla linea playoff più di quanto (non) sia riuscito a fare nelle ultime stagioni?
“Imperativo provarci, per più di un motivo. Se si perdono sei o sette partite di fila siamo al raschiamento del barile con il rischio della disaffezione del pubblico. Non sono preoccupato, l’impegno dei ragazzi è enorme e la voglia di riscatto è evidente. Sono segnali importanti”.

Persino il presidente Lombardi, in estate, ha paventato scenari foschi. Ma un Ambrì in B che speranze avrebbe di sopravvivere?
“Nessuna, a mio parere. Una relegazione sarebbe la fine. Sparirebbero sponsor, interessi e attaccamento alla squadra. L’Ambrì è il club cosiddetto di montagna che più ha resistito allo strapotere delle squadre di città, ma per continuare a godere della massa di tifosi di cui dispone ora deve restare in A”.

Con una pista in agonia e finanze sempre in bilico, spostare l’Ambrì a Bellinzona sarebbe un’idea perseguibile in prospettiva rilancio?
“Ipotesi da valutare, certo. Penso però che la realtà biancoblù sia un fatto emozionale legato alla particolarità del posto in cui è nata. A mio parere, l’Ambrì a Bellinzona non ci sta, anche se è vero che ci si dovrà dotare di un nuovo stadio. A questo proposito, mi sembra che la decisione del Cantone sulla sicurezza della Valascia sia stata accettata con troppa debolezza. Io avrei lottato di più, è stata una decisione improvvisa, come se la situazione della Valascia non fosse tale da sempre”.

 Per lei che è direttore di Ticino Turismo, quale forza trainante è l’Ambrì per la regione?
“È la locomotiva turistica più importante dell’Alto Ticino. L’Ambrì è il club numero uno in Svizzera per popolarità e simpatia, muove tifosi ovunque e non solo ticinesi. Se l’Ambrì muore per la valle è un disatro”

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