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Ramella: «A Chiasso non mi fu dato il tempo, ma non me la presi»

«L’allenatore è un uomo solo con la valigia in mano», Ernestino Ramella e una vita nel pallone
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Ramella: «A Chiasso non mi fu dato il tempo, ma non me la presi»
«L’allenatore è un uomo solo con la valigia in mano», Ernestino Ramella e una vita nel pallone
«Voglio quell’allenatore che non va d’accordo con i procuratori».
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VARESE - Dici Ernestino Ramella e, tra Varese, Como e l’Alto Milanese, si tolgono il cappello. Impossibile non farlo per un “ragazzino” che ha legato la sua esistenza al pallone, che ha vissuto al ritmo scandito dalle stagioni calcistiche. Da luglio a maggio, insomma, per poi ricominciare. Cominciato a fare sul serio a 18 anni, nella Serie B del 1969, e debuttato in Serie A l’anno seguente, quello che adesso è grintoso 70enne non si è mai fermato, continuando in panchina quello che aveva cominciato in campo. E proprio da mister ha potuto girare parecchio, alternando avventure “locali” ad altre fuori dalla penisola. Messico, Portorico, Albania… e anche Svizzera. A Chiasso. Anche se la parentesi rossoblù - pochi mesi nel 2013 - non fu lunga né soddisfacente.

«Non mi fu dato il tempo - ha ricordato proprio Ramella - partimmo male ma decisero di esonerarmi presto, tra l’altro dopo un pari esterno contro il Lugano (che quell’anno chiuse la Challenge League al secondo posto, ndr). Il direttore sportivo dovrebbe avere la lucidità per capire qual è il vero valore della squadra, non fu così. Ma in fondo non me la presi, ho imparato presto come vanno le cose. Solo fu un peccato. Andato via io, rinforzarono poi la squadra e si salvarono. Funziona sempre così, è capitato anche a me: mandi via un mister, ne prendi un altro, gli compri dei giocatori funzionali e così il cambio sembra vincente. Così va il calcio. D’altronde lo ripeto sempre: l’allenatore è un uomo solo con la valigia in mano». 

A Chiasso non ha lasciato il segno, in altre piazze però “Ernestino” ha si è fatto amare.
«Da giocatore ho militato in Serie A, in Serie B, in Serie C… l’unico anno di Serie B ho vinto il campionato. Quindi per quello mi ritengo soddisfattissimo. E anche da tecnico mi sono divertito. A Solbiate Arno per esempio, che per un allenatore è un Paradiso in terra. Ma anche a Legnano, Merate e Como. E poi fuori dall’Italia. Tre anni in Messico…».

Come si passa dalla provincia lombarda al Messico?
«Per caso. Ho conosciuto il presidente del Queretaro, abbiamo fatto qualche chiacchiera ed evidentemente l’ho colpito. Ma il caso è anche alla base del mio trasferimento in Albania. Avevo un negozio di articoli sportivi in centro a Varese. Uno dei miei clienti era il presidente del Flamurtari, squadra di Valona. Io non sapevo chi fosse ma spesso si fermava a parlare di calcio. Gli ripetevo “Io non vado d’accordo con i procuratori” e questa cosa lo convinse. Quando, tempo dopo, era in cerca di un tecnico, mi fece chiamare: “Voglio quell’allenatore che non va d’accordo con i procuratori”».

Un solo anno nella massima categoria albanese.
«Un gran peccato. Sarei potuto rimanere e chissà poi cosa sarebbe potuto succedere. Le carriere, nel calcio, sono piene di sliding doors».

La mandarono via?
«No, mi chiamò il Varese, appena retrocesso dalla Serie B, per ricostruire e cercare subito la promozione. Io, che in biancorosso ho debuttato come calciatore, non me la sentii di rifiutare, di dire di no. Fu un disastro. Lasciai una società sana e ambiziosa e arrivai in una che alla fine non si iscrisse neppure al campionato. Delusione grandissima».

Chiuso quel capitolo, ne ha scritto un altro in Messico, all’America II, e poi si è seduto sulle panchine di Pavia e Vergiatese. Negli ultimi tre anni però la svolta, basta “grandi”, solo ragazzi. U17, Juniores, U21…
«A un certo punto, guardando ai giocatori che arrivavano nelle Prime squadre, mi sono detto: “Basta, non è possibile che manchino così tanto nei fondamentali. Li alleno Io”. Così sono ripartito dalla Castellanzese. Lavorare con i giovani è una gioia. Mi sta aiutando molto in questo momento difficile della mia vita: è da poco mancata mia moglie, dopo 53 anni di matrimonio, e sono solo. Il calcio, ora sono a Luino, è un bel modo per andare avanti, per tenersi occupati».

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