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Keystone
LOCARNO
10.08.2019 - 13:300
Aggiornamento : 12.08.2019 - 09:48

Hilary Swank: «Meno male che mi hanno licenziata da Beverly Hills 90210»

Perché così ha potuto fare “Boys don't Cry” e iniziare una carriera da Oscar: «Per Clint Eastwood ho messo su 29 kg di muscoli»

LOCARNO – Solare (anche se il tempo lo era un po' meno), alla mano e con la battuta pronta. Così Hilary Swank si è presentata sabato mattina a stampa e pubblico del Pardo.

La due volte premio Oscar ha ricevuto venerdì sera il Leopard Club Award in Piazza Grande: «Sono grata di questo alloro alla carriera... anche se non mi sento ancora davvero arrivata, ho ancora così tante cose da imparare e da fare!», ha raccontato sorridente in conferenza stampa.

«La mia famiglia non è mai stata ricca ma hanno sempre sostenuto il mio desiderio di fare l'attrice, quando sono arrivata a Hollywood con me c'era mia madre», ricorda, «ho iniziato con la televisione, facendo sitcom comiche che non guardava nessuno (ride). Non ho mai davvero studiato, ho imparato tutto facendo sul palco teatrale, sul set e durante i casting. Recitare in un programmi di terz'ordine ha i suoi vantaggi, non hai pressioni e puoi riguardati con calma e dirti: no quello proprio non lo devi fare». (ride)

A fare tv ci sei ritornata con “Away”, come molti altri grandi nomi di Hollywood, è un po' un'era d'oro per il piccolo schermo, è vero?
Assolutamente, fino a qualche anno fa la tv non aveva le possibilità espressive che ha adesso con lo streaming. Per certi versi ha ripreso il ruolo che aveva il cinema indipendente: quello di raccontare storie senza i limiti imposti dal successo commerciale a tutti i costi.

Sul piccolo schermo è ancora possibile vedere la vera visione degli autori e del regista, nel cinema in quanti possono dire di avere la possibilità di avere l'ultima parola (il “final cut”, in inglese, ndr.) su come la pellicola uscirà? Forse solo Scorsese...

La controindicazione però, almeno secondo me, è che oggi c'è davvero troppa roba da vedere... Almeno per me, spesso e volentieri non so nemmeno da dove cominciare (ride)

Fra i tuoi primi contratti c'è una particina in “Beverly Hills 90210” di cui stanno per mandare in onda il remake...
Sì e nessuno mi ha chiamato per girarlo, devo preoccuparmi? (ride) Scherzi a parte, io ero salita a bordo quando la serie era già in china calante.

I grandi nomi come Luke Perry se n'erano già andati da un po'... da quella parte mi avevano pure licenziato e avevo un contratto valido per due stagioni. Mi hanno chiamato in direzione e mi hanno detto: «Non sta funzionando, sei fuori».

Mi sono sentita malissimo, non tanto per il licenziamento in sé, ma mi sono detta: «Ti cacciano da uno show che non guarda più nessuno? Ma quanto sei scarsa?» (ride). Poco dopo mi hanno offerto la parte per “Boys don't cry”, se fossi stata ancora sotto contratto non avrei potuto accettare!

“Boys don't cry”, oggi è un film iconico ma quando te l'hanno proposto? Ti ha fatto questa impressione? Sinceramente sapevo che fosse qualcosa di forte, ma non avevo idea di quanto.
Quando il mio agente me l'ha proposto mi ha detto: «Questo film cambierà la tua carriera», e aveva ragione.

Ha aperto un dibattito sulla tematica della transessualità ed è arrivato al momento giusto. Per me non è stato facile avvicinarmi a quel ruolo, sentivo molto la pressione: era una storia vera, tragica, e quindi volevo renderle giustizia. Dall'altro lato sentivo l'importanza di rappresentare la comunità e le persone transessuali.

Dopo la pellicola ho continuato a impegnarmi in prima persona per il mondo trans, soprattutto a New York che dovrebbe essere una città grande, cosmopolita e tollerante ma nella quale i giovani transessuali hanno ancora tantissimi problemi.

Spesso e volentieri interpreti dei personaggi tosti e combattenti, come mai?
Diciamo che sin da piccola mi hanno colpito le storie di persone forti, che non si lasciano sconfiggere dalle avversità e combattono per quello che vogliono.

Forse ci ritrovavo un po' i miei genitori. Per me è sempre stato importante scegliere personaggi e ruoli così, in cui potessi ritrovare sia una parte di me sia una parte che mi mancava.

Parliamo di “Million Dollar Baby”, com'è stato lavorare con Clint Eastwood?
Quando l'ho incontrato la prima volta mi ha guardato e mi ha detto: «Beh, direi che è ora che cominci ad allenarti», l'ho fatto e ho preso 29 kg di muscoli (ride).

Clint è come il suo cinema e i suoi film sono come lui: schietti, semplici, diretti ma profondi. È un regista fantastico, sicuro e che ti sostiene: con lui devi solo pensare a recitare.

Quando lavoravo con lui e Morgan Freeman, sapevo che sarebbe stata una delle mie cose più grandi che avrei mai fatto ed era un po' triste avevo solo 30 anni! Ero lì e mi dicevo: «Oh dio ma ho ancora così tanto da fare» (ride).

Quando è arrivato il primo Oscar, com'è stato?
Non ci potevo credere, un attore non è che faccia il lavoro che fa per vincere un Oscar. Quando arriva però è una gioia immensa, per me è stato un fulmine a ciel sereno che mi ha annichilita.

E se con il premio, assieme alla gloria, arrivano un sacco di offerte di lavoro tu inizi a metterti in discussione: «Ok, hai vinto un Academy, adesso che vuoi fare?» Ti rimetti in discussione tanto come professionista quanto come essere umano.

E con il secondo la sensazione non è poi cambiata, quando mi dicono: «Hey ma hai vinto due Oscar» io di solito rispondo: «Ma no, sei seria?» (ride).

Come scegli un film oggi?
È cambiato parecchio, da 20enne avrei accettato di fare tutti quelli che mi proponevano. Oggi invece li scelgo con un po' più di criterio anche perché ho deciso di dedicare più tempo alla mia famiglia. Ho imparato a rinunciare senza sentirmi troppo in colpa.

In questa fase della mia vita devo dire che attualmente preferisco scegliere film leggeri, i film drammatici prendono sempre un pezzo della tua anima. Sono tragedie che porti sempre con te, ci rimugini sopra, pesano sul cuore e alla fine il costo su di te è reale.

Ogni volta che mi imbarco in nuovo progetto sono nervosa, oggi come allora. È un altro tipo di nervosismo, ma è sempre lì. Una volta ho parlato di questa cosa con Meryl Streep – è fantastica, tutti noi vorremmo essere come lei – e anche lei arriva sul set pensando: «Diavolo, speriamo di non fare un casino» (ride), e se capita pure a lei... (ride).

Che ne pensi del movimento #metoo?
Penso che sia un momento di solidarietà importante fra (e per) le donne, in tutto il mondo. C'è ancora davvero molto da fare per quanto riguarda l'accettazione, i diritti e l'equa retribuzione.

Sono cose che riguardano anche me, non pensate, ancora oggi vengo pagata meno dei miei colleghi maschili.

Malgrado ciò penso ci siano delle cose che stiano cambiando per il meglio, non solo per le questioni di genere ma anche razziali. In generale mi sembra ci sia una maggiore volontà di apertura, di nuovi punti di vista che siano diversi da quello del maschio bianco.

Un consiglio a un aspirante attore/attrice?
Oggi ci sono più possibilità grazie ai canali digitali, si possono registrare i provini a casa e mandarli via mail al casting. Una volta bisognava affittare uno studio con la cinepresa e spedirli via posta, pensate un po'...

È vero che resta un mestiere e un ambito professionale estremamente difficile e competitivo, il mio consiglio è: studiate il più possibile. Imparate lingue, accenti, danza, canto e non fermatevi mai.

Rimanete aperti, ogni cosa che conoscete o sapete fare è un'arma nel vostro arsenale.

Una domandina “local”: sei mai stata in Svizzera? Come ti trovi qui a Locarno?
Una delle mie più grandi passioni è viaggiare e in Svizzera ci sono venuta in luna di miele l'anno scorso. Devo dire che è una delle mie nazioni preferite! C'è tanta bellezza e tanta storia ovunque.

Pensate anche solo al Festival di Locarno, è nato mentre nel resto del mondo c'era la guerra, è una cosa bellissima. Anche Piazza Grande e tutta la città sono stupende, con lo schermo in piazza, le proiezioni sugli edifici storici...

È praticamente una grande installazione artistica, e oggi più che mai l'arte è importante.

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