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LOCARNO

Locarno ci sta dicendo cosa arriverà in tutto il Ticino

di Sara Rossini – CEO Fill-Up
Tipress
Sara Rossini
Locarno ci sta dicendo cosa arriverà in tutto il Ticino
di Sara Rossini – CEO Fill-Up

LOCARNO - Ci sono dati che dovrebbero preoccupare tutti. Non domani. Oggi.
A Locarno, nel 2025, le richieste di assistenza sociale sono cresciute del 13,2%. Sembra un numero come un altro, finché non lo metti accanto alla media cantonale: +2,2%. Locarno cresce sei volte tanto il resto del Ticino. E già questo basterebbe per smettere di leggere distrattamente.

Ma il dato più pesante non è quello economico. È che il 21,3% di chi oggi riceve prestazioni assistenziali è minorenne. Aggiungendo la fascia tra i 18 e i 25 anni, si arriva a quasi un terzo del totale. Stiamo parlando di ragazzi e ragazze che stanno entrando — o dovrebbero entrare — nel mondo del lavoro e della formazione, e che si trovano già in una situazione di fragilità sociale ed economica.

Fermiamoci un attimo qui.

Perché il problema non finisce con l'età. Il 55% delle persone accompagnate non ha una formazione. Un altro 33% ce l'ha, ma è un diploma che oggi sul mercato ticinese non è più realmente spendibile, oppure non basta più, perché il mercato evolve molto più velocemente delle risposte che stiamo dando. Tradotto: solo il 12% di chi finisce in assistenza ha in mano qualcosa di davvero utilizzabile per trovare lavoro.

Ed è qui che emerge uno dei nodi più grossi: la mancanza di una vera visione strategica della formazione, soprattutto di quella professionale. Perché continuare a formare giovani senza chiederci se quelle competenze saranno spendibili tra cinque o dieci anni significa solo spostare il problema più avanti.

A questo si aggiunge un altro numero che pesa: il 35% di chi entra in assistenza ci resta per oltre cinque anni. Non difficoltà temporanee, quindi. Percorsi che diventano cronici, persone che con il passare del tempo fanno sempre più fatica a rientrare nel sistema.

E attenzione: questi sono i dati di Locarno. Ma la sensazione di chi è sul campo è che Locarno stia semplicemente anticipando quello che vedremo, progressivamente, in tutto il Cantone. Perché questo problema non nasce oggi. È anni che cresce. Lentamente. Costantemente. Sotto gli occhi di tutti.

È ora di smetterla di lavorare a compartimenti stagni. Continuare a leggere a pezzi i dati di scuola, sociale, politica, economia e aziende, e raccontarli ciascuno dalla propria angolazione — quella che fa fare bella figura a chi gestisce il dossier — non sta funzionando. Per trovare soluzioni concrete bisogna iniziare a collegare i punti: mettere insieme numeri, esperienze sul campo e competenze trasversali. Leggere il problema nella sua complessità reale, non a fette.

La sensazione, guardando tutto questo, è quella di un gommone in mezzo al mare pieno di buchi: metti una pezza da una parte e si apre un altro buco dall'altra. E nel frattempo l'aria continua a uscire.

Mentre succede questo, però, nascono continuamente nuovi progetti, nuovi gruppi di lavoro, nuove proposte finanziate da Cantone, Confederazione o Fondazioni "per aiutare i giovani". Progetti che spesso non si parlano tra loro, che a volte si sovrappongono, che lavorano in parallelo senza una strategia comune, e che alla fine risolvono poco. Sembra quasi che — tra enti, fondazioni e proposte — ognuno voglia garantirsi il proprio pezzo di giardino. Per esserci. Per giustificare la propria presenza.

E qui apro una breve parentesi personale.

In questi quattro anni di Fill-Up — progetto cresciuto senza finanziamenti pubblici — ho capito una cosa: in Ticino collaborare viene raccontato bene, ma praticato molto meno. Chi prova a costruire qualcosa di concreto e fuori dai soliti circuiti rischia facilmente di essere percepito come uno che

invade il territorio di altri. E così, invece di unire competenze ed esperienze, si finisce per lavorare in difesa del proprio spazio. Non perché la gente sia in malafede. Ma perché il sistema premia chi resta nel proprio recinto e penalizza chi prova ad aprire i cancelli.

Chi è sul campo sa bene che il problema è più grande di quanto sembri. E forse dovremmo iniziare a dirci anche il perché: mancanza di competenze, paura di perdere il posto, paura di non essere rieletti, paura di esporsi davvero. E a volte una certa ipocrisia collettiva: "sì, è un problema, ma tanto non tocca a me".

Nel frattempo, però, stiamo rischiando di perdere una generazione intera. E no, non perché i giovani "non hanno voglia", ormai questa è una lettura superata.

Il problema è un altro, ma — come spesso succede — si continua a guardare il dito invece della luna.

Bisognerebbe mettere in discussione il sistema, e con lui chi ci sta dentro. E questo significa toccare cose intoccabili. Perché quando un problema è sistemico, non lo si risolve — come si vuole far credere — con una campagna social, un tavolo di discussione o l’ennesima misura cerotto. Lo si risolve solo quando qualcuno decide finalmente di guardare la realtà per quella che è; ma soprattutto quando si ha il coraggio di ammettere che qualcosa non sta più funzionando, accantonando i propri interessi personali. E non parlo di soldi. Parlo di ego. Di comando. Di potere.

Siamo ancora in tempo. Ma ogni anno che passa senza una risposta vera non è tempo guadagnato — è tempo regalato al problema. E il problema, a differenza di chi dovrebbe risolverlo, non ha niente da perdere.

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