Giovani e lavoro: l’incontro più difficile

Sara Rossini – fondatrice Fill-Up apprentice
In questi giorni ha fatto discutere l’annuncio «Non vogliamo candidati con la mentalità da certificato medico». Quando escono articoli così, l’opinione pubblica tende subito a dividersi: chi difende i giovani e chi difende le aziende. Ma la contrapposizione non porta lontano. Perché il punto non è scegliere da che parte stare. Il punto è guardare il problema.
E il problema è semplice, anche se scomodo:
- Il mondo del lavoro non è pronto per i giovani.
- E molti giovani non sono pronti per il mondo del lavoro.
Se un’azienda arriva a scrivere certe frasi – e non sarà l’ultima, perché segnali simili emergono da anni anche fuori dalla Svizzera – significa che qualcosa, nel passaggio dalla scuola al lavoro, si è incrinato.
Non basta più concentrarsi sugli innumerevoli obiettivi professionali, sulle competenze tecniche da acquisire e sui traguardi da raggiungere. Stiamo investendo molto su ciò che si deve saper fare, ma troppo poco su come si sta nel lavoro.
Ed è proprio lì che oggi si gioca la differenza. Serve preparare i giovani all’atteggiamento, alla responsabilità, alla continuità. A ciò che significa davvero lavorare, stare dentro a un contesto professionale e portare valore nel tempo — non solo acquisire una competenza tecnica.
Allo stesso tempo, però, serve aiutare le aziende a costruire contesti formativi capaci di parlare alle nuove generazioni, tenendo conto delle loro caratteristiche e dei loro bisogni reali. Questo non significa rendere il percorso più facile o “addolcito”. Significa fare il contrario: mettere paletti chiari, essere esigenti, ma anche capire perché qualcosa non funziona quando non va tutto come previsto. Significa accettare che non tutto andrà bene al primo colpo e lavorare con continuità, da entrambe le parti.
È un processo faticoso e impegnativo. Ma è lo stesso principio che chiediamo ai giovani: senza impegno e perseveranza non si costruisce nulla.
Continuare a leggere questa situazione come uno scontro tra “ragazzi fragili” e “aziende troppo esigenti” è riduttivo e, soprattutto, inutile. Il rischio è restare fermi mentre la distanza aumenta. Una distanza che, nel tempo, rischia di trasformarsi in un problema economico e sociale concreto: aziende in carenza di personale — o con personale non adeguato — e giovani sempre più ai margini del mercato del lavoro, sostenuti da un sistema che non potrà reggere all’infinito.
La buona notizia è che, quando si introducono strumenti chiari, accompagnamento costante e una struttura formativa coerente, i risultati arrivano. Si vedono giovani che ritrovano direzione e motivazione, aziende che riescono a formare con più continuità, relazioni di lavoro meno conflittuali e più responsabili. Non è teoria. È ciò che accade quando l’ingresso nel mondo del lavoro smette di essere lasciato al caso e diventa un processo guidato.
A questo punto la domanda non è più chi ha ragione tra giovani e aziende. La domanda è molto più semplice: che futuro vogliamo costruire, e quanto siamo davvero disposti a metterci in gioco, per renderlo possibile.



