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ANDREA TOGNI

Il gioco delle 3 carte…

Andrea Togni, consigliere comunale PLR Lugano, SSR CORSI
ANDREA TOGNI
Il gioco delle 3 carte…
Andrea Togni, consigliere comunale PLR Lugano, SSR CORSI

Se davvero la RSI fosse uno strumento di indottrinamento politico, il Ticino sarebbe cambiato negli ultimi vent’anni. Ma questo cambiamento non c’è stato. Il Cantone rimane stabile nei suoi equilibri politici di centro destra, segno che l’idea di un’influenza diretta della RSI sul voto è più polemica che realtà.

La RSI svolge un lavoro complesso: rappresentare opinioni diverse, dare spazio ai contrasti, verificare le fonti in un’epoca in cui la velocità dell’informazione è spesso nemica della verità. Un contesto dominato da superficialità, titoli urlati e disinformazione. Il servizio pubblico è uno strumento di equilibrio, un presidio democratico, profondamente Svizzero, che molti paesi hanno perso e che non scontato.

L’alternativa sarebbe un’informazione dominata da tv private, straniere, costose, governate dalla logica del profitto, con l’obiettivo di massimizzare clic e ricavi pubblicitari, non fornire un’informazione accurata. Una notizia ben verificata, diffusa in più lingue, costa; una polemica incendiaria genera traffico sui social. La conseguenza è evidente: meno contenuti approfonditi, più tensione e polarizzazione. Non è un’ipotesi teorica, ma ciò che sta già accadendo in molti paesi occidentali e che abbiamo recentemente sperimentato dopo i gravi accadimenti di Crans … i Ticinesi non sono così, non dibattono così, non vogliono un giornalismo così!

Il gioco delle 3 carte. Mentre si discute del canone, nessuno guarda però al vero interesse dei promotori: nei corridoi del Palazzo federale operano lobby potentissime. La spinta all’iniziativa non proviene dal condivisibile desiderio di efficientare il servizio pubblico, di farci risparmiare 100 Frs. l’anno, ma dai malcelati interessi di grandi gruppi mediatici privati. Tra questi, attori media internazionali, interessati a un mercato svizzero sgombro, e colossi editoriali svizzeri privati, che vedono nella SSR RSI un concorrente capillare, credibile e fastidioso.

Per questi soggetti, mossi da logiche di mercato attente ai grandi agglomerati e non alle zone minoritarie o periferiche, una SSR RSI ridimensionata significherebbe più spazio, maggior controllo dell’agenda mediatica e politica. Il dibattito sull’iniziativa, dunque, non riguarda la riduzione del canone, ma la redistribuzione del potere informativo nel Paese. Un tema cruciale che merita trasparenza e una discussione sincera soprattutto tra chi si professa Ticinese e sovranista.

Difendere la RSI, l’indotto economico, i posti di lavoro e di formazione nel nostro Canton Ticino, non significa essere statalista. Significa sostenere il modello Svizzera, in cui l’informazione generalista e plurilingue resta un bene pubblico, accessibile a tutti e non subordinato agli interessi commerciali o agli algoritmi. Significa proteggere un’infrastruttura culturale che mantiene il dibattito democratico ancorato ai fatti e non agli umori del mercato.

Sono un Ticinese attento, nazionalista e proteso verso una democrazia solida, informata e indipendente, ed è per questo che voterò NO in maniera forte e convinta.

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