«Padre-padrone sì. Ma non significa che abbia violentato la figlia e commesso un incesto»

La difesa chiede il proscioglimento del 60enne accusato di aver violentato per anni la figlia affetta da un ritardo mentale. «Dichiarazioni contraddittorie, e non ci sono altre prove».
LUGANO - «Sono accuse che suscitano emozioni forti, quelle che abbiamo sentito in questo processo. Accuse gravi, come la violenza carnale e l'incesto, che toccano una moglie e dei figli fragili. Ma non siamo qui per determinare se l'imputato sia stato un buon padre o un buon marito. Dobbiamo stabilire se ha effettivamente commesso questi reati, sulla base di elementi probatori convincenti». È quanto ha detto oggi alle Assise criminali Massimiliano Parli, avvocato difensore del 60enne siriano residente nel Luganese accusato di aver abusato sessualmente di sua figlia, affetta da un ritardo mentale, per ben sette anni.
Abusi, questi, che sarebbero sfociati in quattro gravidanze e altrettanti aborti.
Per lui la difesa ha chiesto il proscioglimento e la scarcerazione immediata. La sentenza è attesa per domani alle 14.30.
«Padre-padrone non significa criminale» - «Si può pensare che l'imputato sia stato un padre-padrone, che abbia gestito la sua famiglia in maniera intollerabile, ma questo non significa che abbia commesso un incesto, violentato sua figlia e picchiato moglie e figli», ha dichiarato Parli, ricordando che va tenuto conto della presunzione di innocenza.
La difesa ha quindi parlato di come è emerso il caso, nel 2023, con una segnalazione da parte dell'ARP relativa a sospetti maltrattamenti. «Ma cosa ne è uscito? Nulla e i reati sessuali, nonostante le numerose occasioni avute per parlare, non erano mai emersi».
Le cose, però, sono cambiate in maniera sostanziale quando il medico di base che seguiva la famiglia ha riferito che la nonna dei ragazzi, nonché suocera del 60enne, gli aveva detto che il padre abusava della figlia e che l'aveva messa incinta. «A quel punto, nell'inchiesta, c'è stata una svolta», ha spiegato la difesa, sottolineando però che la donna non è credibile.
«La suocera è stata determinante. E lo odiava» - «I rapporti tra la suocera e l'uomo erano pessimi, lei lo odiava. E quale occasione più ghiotta per la signora, per levarlo di torno, che un interrogatorio di polizia?!». La figlia, durante i suoi interrogatori, avrebbe inoltre più volte citato la nonna, «il che indica che probabilmente è stata influenzata e condizionata da lei».
Ad innescare il meccanismo che ha portato all'arresto del 60enne, insomma, sarebbe stata la suocera. «Lei non sopportava più gli atteggiamenti prevaricatori da lui messi in atto. E gli altri membri della famiglia l'hanno seguita», insiste Parli.
«Tante contraddizioni e confusione sulle tempistiche» - Le dichiarazioni della vittima, invece, «non sono mai state coerenti e costanti, ma caratterizzate da contraddizioni». Secondo l'avvocato, «la ragazza dice tutto il contrario di tutto...anche all'interno di unico verbale».
Riguardo alla frequenza delle violenze carnali, in particolare, ci sarebbe una grande confusione. «Inizialmente la giovane aveva parlato di quattro-cinque episodi di abuso in tutto, salvo poi modificare la propria versione parlando di una cadenza regolare di due volte alla settimana».
La madre della ragazza, invece, «inizialmente aveva dichiarato di non aver mai visto né sentito nulla, mentre in seguito ha detto che la figlia l'aveva informata degli abusi già quando vivevano in Libano. Poi ha smentito, affermando che la figlia non le aveva detto niente, ma che lei aveva sentito dei gemiti».
«Non possiamo condannare un uomo con queste incertezze» - Le versioni rese dalla moglie e dalla suocera, per la difesa, «sono dunque dense di contraddizioni, e non danno sostegno alla versione della figlia, già di per sé traballante. E non possiamo condannare un uomo se esistono serie incertezze rispetto alla commissione del reato».
Stesso discorso per le violenze fisiche su moglie e figli: «Esistono divergenze significative e incongruenze nelle dichiarazioni della famiglia. E non ci sono altre prove in tal senso».
«Non ho fatto nulla» - L'ultima parola, al termine del dibattimento, è stata data all'imputato: «Non ho fatto nulla di tutto ciò. È tutto un complotto».




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