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CANTONE
24.02.2021 - 15:310

Decreto d'abbandono nei confronti di don Chiappini

Si chiude così l'indagine attorno alla vicenda della donna che viveva nell'abitazione del prete luganese

A seguito del clamore mediatico, il sacerdote ha deciso di lasciare tutti gli incarichi in Diocesi, compreso l'insegnamento alla Facoltà di teologia

LUGANO - Era accusato di sequestro di persona, coazione e lesioni semplici per omissione. Ma ora nei confronti di don Azzolino Chiappini, ex rettore della Facoltà di teologia di Lugano, è stato emanato un decreto di abbandono. Lo fa sapere oggi il Ministero Pubblico.

Non vi sono infatti gli elementi che possano confermare i reati in questione. A tale conclusione è giunta l'inchiesta coordinata dalla procuratrice pubblica Pamela Pedretti.

Il sacerdote, spontaneamente, ha rinunciato a postulare un indennizzo allo Stato a seguito del procedimento penale.

L'indagine ruotava attorno alla figura di una donna 48enne, cittadina straniera, che viveva nell'abitazione del sacerdote senza un regolare permesso di soggiorno. Il prete 80enne diceva che era «sua cugina».

Chiappini lascia la facoltà - Don Chiappini ha nel frattempo ritenuto di dover rinunciare a tutti gli incarichi finora ricoperti in Diocesi, compreso l'insegnamento presso la Facoltà di teologia di Lugano. Una decisione che fa seguito «al grande clamore mediatico suscitato attorno alla sua persona» come si legge in una nota. La Diocesi, da parte sua, «ha seguito con costante attenzione e accoglie ora con favore il fatto che la Magistratura abbia confermato l'assenza di qualsiasi condotta di rilevanza penale».

La presa di posizione della difesa - A seguito della decisione dell'autorità giudiziaria, prende posizione anche l'avvocato Elio Brunetti, difensore del sacerdote: «Con l'emanazione del decreto di abbandono odierno la Magistratura ha accertato la totale estraneità di monsignor Azzolino Chiappini dai reati ipotizzati; circostanza che mi era parsa evidente sin dal momento in cui ho assunto il mandato di difesa». Il legale stigmatizza inoltre il fatto che «taluni organi di stampa si siano affrettati a rendere pubblico, infangandolo, il nome del mio assistito e ciò prima ancora della decisione del Giudice dei provvedimenti coercitivi di non confermare l'arresto non ritenendone dati i presupposti».

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