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MENDRISIO
17.10.2016 - 11:130
Aggiornamento : 13:38

«Nei casinò mi sentivo a casa»

Nel processo per appropriazione indebita e truffa parla l’ex dirigente bancario alla sbarra

MENDRISIO – Trasferimenti su altri conti, firme false, ordini telefonici mai richiesti, documenti fotocopiati. È sfruttando la conoscenza di meccanismi bancari interni e la fiducia esistente con i colleghi che tra il 2010 e il 2014 Domenico Petrella si è indebitamente appropriato di quasi nove milioni di franchi per giocare nei casinò di Lugano e Campione. «I miei clienti si fidavano di me ciecamente» spiega l’imputato di 56 anni davanti alla Corte delle Assise criminali di Lugano, riunita a Lugano, presieduta dal giudice Mauro Ermani. L’accusa: appropriazione indebita, truffa e falsità in documenti.

Centinaia di visite al casinò – Il 56enne, patrocinato dall’avvocato Marco Masoni, giocava d’azzardo già prima delle malversazioni finanziarie. Al gioco si era avvicinato all’età di diciassette anni. E il vizio è andato crescendo. Dal 2001 si parla quindi di centinaia di visite all’anno nei casinò. «Lo può capire soltanto un giocatore incallito, non si gioca per vincere me per il piacere di giocare. Il gioco è una dipendenza». All’epoca questa dipendenza era finanziata con il suo salario. Poi cos’è cambiato? Quale necessità di appropriarsi dei soldi dei clienti? «Potevo giocare di più».

«Contribuivo al fatturato» - E le somme giocate erano effettivamente importanti. «Una volta ero entrato al casinò con 65'000, perdendoli tutti» racconta. «A Lugano – continua – avevo contribuito al 25% del fatturato della casa da gioco». Ma nel maggio 2014 a Lugano è arrivata la diffida. Il 56enne ha continuato a giocare soltanto a Campione.

L’autodenuncia – La diffida non ha dunque spinto l’imputato ad autodenunciarsi. «Avevo ancora dei clienti da cui potevo prendere dei soldi, potevo ancora gestire la situazione» aveva detto durante l’inchiesta. In magistratura si è presentato il 1. settembre 2014.

«Ritengo di essere guarito» – Le perizie psichiatriche parlano, per l’imputato, di disturbo da gioco patologico. E ritengono che non vi sia rischio di recidiva. «Il carcere mi ha aiutato, mi sono reso conto di tutto quello che ho fatto» spiega l’ex dirigente bancario, che da dicembre 2014 gode diun’assistenza psicologica. E una volta terminata l’incarcerazione? «Ho raso al suolo la mia vita e quella degli altri, il gioco non rientra più nei miei progetti di vita, seguirò una terapia». La Corte gli contesta, però, l’assenza di una strategia per evitare di ricadere nel vizio del gioco.

Il dibattimento riprenderà alle 14.30, quando la parola passerà alla procuratrice pubblica Raffaella Rigamonti per la richiesta della pena.


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