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LUGANO

L'ansia di essere esclusi, perché il divieto degli smartphone è utile ma non basta

La FOMO (Fear of Missing Out) è sempre più diffusa anche in Ticino. L'esperto: «Può coinvolgere dal 30% al 50% dei giovani».
TiPress
L'ansia di essere esclusi, perché il divieto degli smartphone è utile ma non basta
La FOMO (Fear of Missing Out) è sempre più diffusa anche in Ticino. L'esperto: «Può coinvolgere dal 30% al 50% dei giovani».

LUGANO - A ogni accesso ai social si attiva una scarica di dopamina e ogni scarica spinge il cervello a cercarne ancora. Alla base del fenomeno FOMO (Fear of Missing Out), cioè la “paura di essere tagliati fuori”, ci sono meccanismi cognitivi precisi, a volte anche inquietanti.

Il bisogno di appartenere a un gruppo è sempre esistito. Ciò che è cambiato con la diffusione dei social media è l’amplificazione di questa ansia, che finisce per alimentarsi da sola e può intrappolare chi ne soffre in una vera e propria dipendenza.

La paura di essere tagliati fuori
«Non è ancora possibile fare una diagnosi ufficiale, perché non è presente nei manuali diagnostici delle malattie psichiatriche», ci spiega lo psichiatra Michele Mattia, presidente ASI-ADOC, di Lugano. «Tuttavia, è una sindrome sempre più diffusa. Come sappiamo, prima che una condizione entri nei manuali diagnostici passano anni, durante i quali si manifesta e viene studiata».

La FOMO si è sviluppata soprattutto da quando i social sono diventati sempre più pervasivi nella vita di tutti, in particolare nelle nuove generazioni, ma non solo. «Si tratta di un timore intenso che genera ansia quando si è disconnessi dal mondo digitale, in particolare dai social network. È meno legata all’uso generico di Internet e più alla relazione con la cosiddetta “comunità virtuale”».

I social sembrano ridurre l’ansia, ma dall’altra la amplificano
Questa ansia nasce dalla paura di essere esclusi o di non essere aggiornati su ciò che accade. «Può provocare veri e propri sintomi fisici: tensione, dolore muscolare, accelerazione cardiaca, fino a manifestazioni neurovegetative più accentuate». Per alleviare questo stato, «la persona sente il bisogno di tornare sui social o di riaccendere il telefono. Paradossalmente, proprio questo comportamento rafforza il problema, creando un circuito di dipendenza. Si parla infatti di nuove dipendenze “senza sostanza”, legate alle tecnologie».

Da una parte i social sembrano ridurre l’ansia, ma dall’altra la amplificano. «È un meccanismo - continua Mattia - simile alla dipendenza da alcol: inizialmente si beve per rilassarsi, ma col tempo si sviluppa un bisogno sempre maggiore, fino a creare un circolo vizioso». Lo stesso accade con i social. «Si crede che aiutino a stare meglio, ma in realtà rinforzano il problema. Questo è un errore cognitivo. Ogni accesso ai social attiva una scarica di dopamina, spingendo a cercare continuamente quella sensazione».

Tra banalizzazione e conseguenze
C’è anche il rischio che le generazioni meno giovani banalizzino questa forma di ansia, non comprendendo il disagio dei ragazzi. «Pensare che sia solo una questione di volontà è riduttivo. In realtà, si tratta di un vero circuito di dipendenza che va compreso e affrontato in modo adeguato». Criticare o minimizzare può peggiorare la situazione «perché il ragazzo, sentendosi giudicato, tenderà a rifugiarsi ancora di più nei social».

È importante invece cercare di capire cosa sta vivendo la persona, soprattutto in ambito familiare, e favorire il dialogo. «Alcuni ragazzi, ad esempio, con forte ansia sociale trovano nei social l’unico modo per relazionarsi, anche se in modo parziale».

Le conseguenze della FOMO possono essere significative. «Tra queste, vi è una riduzione del sonno: negli ultimi anni gli adolescenti dormono mediamente quasi un’ora in meno per notte. Si osservano anche disturbi dell’area cognitiva con difficoltà di concentrazione e di attenzione. Stato di tensione continua e peggioramento delle relazioni familiari».

«Inoltre - continua l'esperto - può verificarsi una sorta di distacco dalla realtà, con il rischio di esporsi a contenuti o comportamenti problematici (come pornografia o altre dipendenze). Nei casi più gravi si possono sviluppare ansia intensa, attacchi di panico e stati depressivi. In alcuni casi, si può arrivare anche all’uso di sostanze come alcol o cannabis per cercare di gestire lo stress».

Può aiutare il divieto di usare gli smartphone a scuola?
In Ticino il dibattito sul tema smartphone e social media si è acceso con la recente estensione, decisa dal Decs, del divieto di usare i dispositivi mobili a tutta la scuola dell'obbligo. Un passo che può aiutare ad arginare il fenomeno della FOMO? «Il divieto di smartphone a scuola può essere utile - conferma Mattia - ma solo se accompagnato da interventi educativi che spieghino ai ragazzi cosa accade a livello psicologico e neurobiologico. Un semplice divieto, senza un accompagnamento specifico che stimoli la comprensione, difficilmente risulta efficace».

«Durante l’adolescenza, infatti, il cervello è ancora in sviluppo e attraversa processi importanti. Quali? «Per esempio, la “potatura” delle connessioni neuronali. Un uso eccessivo dello smartphone può interferire con questi processi».

Non solo i giovani
Questo fenomeno, però, non riguarda solo i giovani, ma coinvolge anche molti adulti. «Molti sviluppano comportamenti di controllo, come verificare se qualcuno è online o usare la geolocalizzazione, con effetti negativi sulla fiducia nelle relazioni. Anche per gli adulti può essere difficile staccarsi dal telefono».

«Per questo è importante che anche i genitori riflettano sul proprio comportamento e si impegnino a costruire relazioni più presenti con i figli, evitando di delegare allo smartphone un ruolo educativo o relazionale».

In Ticino non ci sono ancora dati precisi sulla FOMO. Alcuni studi internazionali, però, ci aiutano a inquadrare il fenomeno. «Può coinvolgere dal 30% al 50% dei giovani, con diversi livelli di gravità. Non riguarda tanto l’uso funzionale dello smartphone, quanto lo “scrolling” continuo e il bisogno costante di controllare notifiche e aggiornamenti».

Cosa possiamo fare? «È fondamentale aumentare la consapevolezza su quanto tempo passiamo online e su come utilizziamo i social, per evitare che diventino una fonte di disagio invece che uno strumento utile».

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