Cerca e trova immobili
CANTONE

«Solo con il dialogo si può offrire un antidoto ai nazionalismi»

Nei prossimi giorni il regista ticinese Dino Hodic presenterà a Soletta e Trieste "Nessuno vi farà del male", il documentario che l'ha portato a Srebrenica a 30 anni dal genocidio
screenshot
«Solo con il dialogo si può offrire un antidoto ai nazionalismi»
Nei prossimi giorni il regista ticinese Dino Hodic presenterà a Soletta e Trieste "Nessuno vi farà del male", il documentario che l'ha portato a Srebrenica a 30 anni dal genocidio

LUGANO - Continua il percorso festivaliero di "Nessuno vi farà del male (No One Will Hurt You)". L'opera prima del regista ticinese Dino Hodic - prodotta da Fiumi Film con RSI e sostenuta dalla Ticino Film Commission - è già stata mostrata al Film Festival di Sarajevo, in anteprima mondiale, la scorsa estate.

Girato tra la Bosnia e la Svizzera, il documentario - road movie e diario allo stesso tempo - si muove tra Zvornik, città natale del regista, e Srebrenica, a trent’anni dal genocidio del 1995. Frutto di un percorso durato quattro anni, il film intreccia il ritorno fisico nei luoghi dell’infanzia con un confronto diretto con chi ha vissuto la guerra. Al centro del racconto, l’incontro con un testimone diretto del genocidio diventa il punto di partenza per una riflessione sull’appartenenza, sulla fragilità della memoria e sulla trasmissione del trauma alle seconde generazioni. Cresciuto lontano dalla propria terra, il regista sceglie l’ascolto come gesto principale del film.

Dino, da qualche tempo è noto che il tuo film sarà alle Giornate di Soletta, in concorso nella sezione Visioni. Cosa provi nel prendere parte a questa kermesse, fondamentale per il cinema elvetico?
«Quando si realizza un film, soprattutto se così personale, si attraversa un lungo percorso in cui ci si espone molto, quasi ci si mette a nudo, ma il progetto resta per tutto il tempo qualcosa di profondamente privato. La selezione in un festival segna il momento in cui il film smette di appartenere solo a chi lo ha realizzato e inizia finalmente il suo dialogo con il pubblico. È lì che, per me, il cinema trova il suo senso più autentico. Essere a Soletta, in una manifestazione così centrale per il cinema elvetico, ha per me un significato profondo. La Svizzera è il Paese che durante la guerra ha accolto una parte importante della diaspora jugoslava ed è anche il luogo che oggi sento come casa. Avere la possibilità di proiettare qui questo film, in questo contesto, rappresenta per me un passo importante».

Quasi in contemporanea al festival di Soletta, però, "Nessuno vi farà del male" sarà proiettato anche in un importante festival italiano. Cosa ci puoi dire?
«Il film avrà la sua prima italiana al Trieste Film Festival, uno dei principali festival europei dedicati al cinema dell’Europa centro-orientale. Trieste, città di confine e di incontri, è un luogo dove culture, storie e memorie si sovrappongono: un contesto naturale per un film che attraversa memoria e identità. A trent’anni dal genocidio di Srebrenica, presentare qui il mio progetto significa collocarlo in uno spazio che da sempre racconta vite intrecciate, percorsi diversi e la complessità di una storia condivisa».

È la storia di un ritorno a casa, un viaggio sia nel tempo che nello spazio. Qual è stata la principale urgenza che ti ha motivato nella realizzazione del film?
«L’urgenza di questo film nasce dalla distanza: io la guerra non l’ho vissuta direttamente. Ho trascorso quegli anni in Svizzera con la mia famiglia e non siamo mai più tornati a vivere nel nostro paese d’origine, ma la Bosnia è sempre rimasta una presenza silenziosa. Ho conosciuto la guerra indirettamente, attraverso la televisione, i racconti dei sopravvissuti, lo studio e la memoria degli altri. Il film è attraversato dal tema del viaggio. Un viaggio fisico, fatto di andate e ritorni, che appartiene universalmente a chi è partito da casa e continua a tornare ogni anno, come accade a tante persone della diaspora. Ma è anche un viaggio interiore, identitario, che si sviluppa in parallelo a quello dei personaggi. Sentivo il bisogno di dare un mio contributo, di lasciare un’opera che potesse restare, facendo un film sospeso tra il personale e il collettivo, tra memoria e scoperta, aprendo anche uno spazio di possibile riconciliazione».

Nel 2025, per il trentesimo anniversario, si è parlato molto di Srebrenica. Che contributi danno, lavori come questo, alla memoria e alla coscienza collettiva?
«Credo che lavori come il mio non abbiano il compito di essere documentari politici o di inchiesta, né di sostituirsi al lavoro degli storici o alle sentenze del Tribunale dell’Aia. Il mio film non pretende di raccontare “la” storia né di individuare colpevoli. Quello che mi interessa è tenere aperto il discorso attraverso racconti e percorsi personali. Credo che la coscienza collettiva si costruisca anche attraverso opere che creano uno spazio di ascolto, di confronto e di interrogazione, più che di chiusura. Solo guardando in faccia la Storia, ma anche le singole storie, possiamo provare a comprendere davvero ciò che è accaduto e fare in modo che non si ripeta. In questo senso, continuare a raccontare, a ricordare e a porre domande è fondamentale. Personalmente, spero in un futuro in cui si possa vivere di nuovo con la stessa solidarietà e senso di comunità che un tempo caratterizzava tutta la Jugoslavia: un’idea di convivenza con cui sono cresciuto e che continua a guidare il mio sguardo e il mio lavoro. Credo inoltre che solo con il dialogo si possa offrire una reale possibilità di guarigione, un antidoto necessario ai nazionalismi che ancora oggi soffocano l’intera ex Jugoslavia e non solo».

Ti sei mai dato una risposta alla domanda che ti poni nel film: «Se fossimo rimasti in Bosnia, che sarebbe stato di noi?».
«Questa domanda ha dato origine al progetto. Nel film cerco di esplorarla mettendo in dialogo storie diverse: la mia e quella dei miei genitori, che hanno lasciato la Bosnia appena in tempo per sfuggire alla guerra; quella dei miei nonni, rimasti nella loro casa, profondamente legati alla terra, sopravvissuti quasi per miracolo e partiti solo quando il conflitto era già iniziato. C’è poi la storia di Hasan, sopravvissuto al genocidio di Srebrenica, uno dei pochi che ce l’hanno fatta e che oggi vive ancora in Bosnia. Credo che sia difficile capire dove si sarebbe collocata la nostra storia se fossimo rimasti. Questo film è stato un lavoro profondamente intimo. Per questo ho scelto di lavorare con persone a me vicine: amici stretti e collaboratori che, come me, hanno vissuto un percorso di distanza o appartenenza sospesa. Tutti coloro che hanno partecipato al film condividevano, in modi diversi, domande, memorie e in qualche modo ferite simili. Pensavo fosse importante che questo viaggio non fosse solo mio, ma costruito insieme. Realizzando il film ho capito che la risposta non sta nell’arrivo, ma nel viaggio stesso».

Proiezioni previste

Soletta

22 gennaio, ore 17.45 - Konzertsaal
25 gennaio, ore 9.45 - Palace

Trieste 
21 gennaio, ore 16 - Cinema Ambasciatori


Entra nel canale WhatsApp di Ticinonline.
Naviga su tio.ch senza pubblicità Prova TioABO per 7 giorni.
COMMENTI
NOTIZIE PIÙ LETTE