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BELLINZONA
09.01.2018 - 08:020
Aggiornamento : 09:37

Ore e ore a controllare se la porta è chiusa, o a fare domande ripetitive

Il piccolo dramma quotidiano di chi soffre di disturbo ossessivo compulsivo. Un problema alimentato da una società sempre più esigente e frenetica. E alcuni perdono pure il posto di lavoro

BELLINZONA – Tutti i giorni si presentava sul lavoro con 45 o 50 minuti di ritardo. Per mesi. Fino al licenziamento. Dietro ai ritardi di Enrico (il vero nome è noto alla redazione), operaio 43enne di Bellinzona, c’è una motivazione apparentemente banale. Prima di uscire di casa, doveva assicurarsi per bene che i rubinetti e le porte fossero chiusi, che gli apparecchi elettronici fossero spenti. Enrico solo dopo il licenziamento ha preso coscienza della sua situazione. E si è reso conto di soffrire di disturbo ossessivo compulsivo, un problema che oggi coinvolge dal 2 al 3% degli svizzeri. «Un disagio – evidenzia Michele Mattia, presidente dell’Associazione della Svizzera Italiana per l'ansia, la depressione e i disturbi ossessivi compulsivi – sempre più accentuato dai ritmi frenetici e stressanti del mondo moderno».

Rituali strani – Sono persone che conducono una vita normalissima. Madri e padri di famiglia. Uomini e donne in carriera. Ma che vivono un’incertezza di fondo. Gli ossessivi compulsivi escono allo scoperto. Su invito della stessa associazione presieduta da Mattia. «Abbiamo a che fare con gente che si sente spinta a svolgere rituali apparentemente senza senso. Si va dalla necessità di controllare qualsiasi cosa al desiderio irrefrenabile di pulire. E c’è anche chi si perde con dubbi e domande ripetitive. Questo genere di comportamento causa grande sofferenza sia nella persona, sia negli affetti. A volte i famigliari son esausti perché non sanno come gestire simili situazioni».

Un mondo ordinato e perfetto – Dall’inventore Nikola Tesla al riformista Martin Lutero, la storia è piena di casi illustri confrontati con il disturbo ossessivo compulsivo, problema diagnosticato per la prima volta nel tardo diciannovesimo secolo, ma da sempre radicato nell’esistenza dell’uomo. «Il fatto che oggi si viva in una società dell’ordine e del controllo – riprende Mattia – rappresenta un ulteriore stimolo negativo per chi è già fragile. Anche la storia personale dell’individuo ha un influsso. Di base c’è comunque una predisposizione genetica».

Deprogrammare un atteggiamento – «È un disturbo da cui si può guarire – sostiene lo psichiatra Tazio Carlevaro –. A condizione di impegnarsi a fondo. Non è una passeggiata. Perché bisogna letteralmente deprogrammare determinati atteggiamenti, radicati nel corso degli anni. Il percorso richiede tempo e pazienza. Spesso è accompagnato da una cura farmacologica».

Paura dei cambiamenti – Un male che esiste da sempre. Declinato (e accentuato) in versione moderna. Selene, 38 anni, è seguita da uno psicologo da diverso tempo. «La mia ossessione è legata ai cambiamenti nel mondo del lavoro. Ho paura che si verifichino rivoluzioni tali per cui io possa essere un giorno licenziata. Soffro di questo disagio da ormai 15 anni. E i miei dubbi mi hanno spesso portata ad assillare colleghi e amici, con continue richieste di conferma e rassicurazione».

Consigli pratici – «Chi sta vicino a queste persone – dice Carlevaro – deve evitare di dare loro sempre le risposte che si attendono o di eseguire con loro i riti richiesti. Perché così si fa il gioco dell’ossessione. Bisogna aiutare l’ossessivo compulsivo responsabilizzandolo. Dicendogli: “Tu sei in grado di avere la risposta da solo. Sei capace di farcela con le tue gambe”. Solitamente l’ossessivo compulsivo riesce a rendersi conto di quanto gli sta accadendo. Capisce che ciò che fa è inutile e nocivo. Ma non riesce a smettere».

Rischi già a 12 anni – Il problema, secondo la scienza, è di natura neuro psicologica. «Legato all’ipotalamo – puntualizza Carlevaro –. Si tratta di una parte particolare del cervello che in determinate circostanze non è in grado di bloccare certi pensieri. Sviluppando un comportamento non più adeguato al principio di realtà. Alcuni iniziano a soffrirne già a 12-15 anni. Tanti ragazzi vengono nel mio studio e dicono che non vogliono più andare a scuola. Magari per motivi assurdi. Come ad esempio la paura di toccare qualcosa che li sporchi».

L’incubo di fare del male a qualcuno – Giuliano, 33 anni, ha impiegato l’ultimo decennio a staccarsi da un’ossessione apparentemente fuori da ogni logica. «Quando guardavo la strada dal finestrino dell’auto, mi soffermavo a contare le strisce tratteggiate che separano una carreggiata dall’altra. Dal momento in cui iniziavo a contarle, sentivo che dovevo per forza arrivare fino a 100. Mi mettevo in testa che altrimenti mia madre sarebbe morta. Un pensiero limitante, che a tratti mi spingeva a non uscire di casa. Per paura. Con il passare degli anni, sono riuscito ad affrontare la cosa. Andavo sul posto e mi sforzavo di non contare. Il mio terapeuta mi ha sempre consigliato di affrontare le paure a viso aperto, con normalità».

Un investimento importante – Si è preso il tempo giusto, Giuliano. Tempo che, in questi casi, è il bene più prezioso. Ma che, sempre più spesso, mondo del lavoro ed economia non concedono al paziente. «Purtroppo – sottolinea Mattia – i ritmi frenetici della nostra società non ci aiutano. Occorre, tuttavia, pensare prima di tutto al proprio equilibrio. Superare questo disturbo presuppone una grande fatica. Ma ne vale la pena. È un investimento fondamentale per la qualità di vita dell’individuo».

Commenti
 
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francox 3 anni fa su tio
Contare le righe, controllare i rubinetti..... .... dilettanti.
miba 3 anni fa su tio
Non voglio entrare nel merito del problema in quanto mi considero ignorante in materia. Penso tuttavia che a tutti, incluso il sottoscritto, di tanto in tanto succede di tornare a casa perché insorge il dubbio di aver lasciato una placca accesa o non aver chiuso la porta e qui non penso sia un discorso da "psichiatria" ma il semplice fatto di non vedersi la casa bruciata o svaligiata... Questo per dire che vi sempre un limite di buonsenso nelle cose e che non bisogna ricorrere subito allo psichiatra per qualche volta in cui sorge un dubbio. Fa semplicemente part del gioco
johnnyboy 3 anni fa su tio
@miba Miba, i disturbi ossessivi compulsivi (DOC) sono anche chiamati “la malattia della normalità”. Il sorgere di un dubbio così come il bisogno di pulizia o i sintomi del DOC meno comuni sono presenti in una certa misura in ogni persona. Ci sono però delle marcanti differenze tra la normalità e la patologia. La prima – intuitiva – differenza è l’impatto che ha sulla vita del soggetto: controllare il gas una volta è normale, controllarlo per un’ora al giorno è decisamente patologico. Così come lavarsi le mani 5-6 volte al giorno può essere considerato normale, 50-60 volte è patologico. Inoltre questa differenza è sottolineata anche dalla “modalità” in cui il soggetto vive queste azioni. Il soggetto colpito dal DOC prova una vera e propria ossessione per queste azioni, e si trova costretto (compulsione) a compiere determinate azioni (o meglio “rituali”). Nonostante il soggetto sia cosciente della palese inutilità del rituale non può farne a meno. Spesso purtroppo l’idea del “non ricorrere subito allo psichiatra per qualche volta in cui sorge un dubbio” impedisce la corretta diagnosi di disturbi magari ancora agli inizi e dunque ancora facilmente ed efficacemente curabili.
Tato50 3 anni fa su tio
@miba Certo che se ti capita una volta ogni 2 anni non è un problema, ma se cominci a tornare a casa 3 volte al giorno per vedere se la placca è accesa e la porta chiusa forse una telefonata a Mattia la dovresti fare. Posso assicurarti che non è un problema da sottovalutare e se non ti fai aiutare non ne esci. Se arrivi al punto di accendere la luce per vedere se è spenta ;-))
Orsettina 3 anni fa su tio
Purtroppo è tutto quello che succede nel mondo,che riduce l essere umano ad avere queste serie problematiche. Il voler inseguire sogni impossibili o l essere esortati,obbligati a cedere in ambito professionale a compiti troppo gravosi senza la possibilità di potersi esprimere oppure non essere ascoltati,porta l essere umano a disturbi che passano da un estremo all’altro.

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