Inflazione in calo? Non è per forza una buona notizia

Se dovesse stabilizzarsi in territorio negativo, la situazione economica potrebbe peggiorare
ZURIGO - L'inflazione è al momento praticamente nulla in Svizzera - 0,1% in gennaio, secondo i dati ufficiali, cioè in base all'indice dei prezzi al consumo (IPC) dell'Ufficio federale di statistica - ma molti consumatori hanno una visione assai differente del rincaro. Come si conciliano le due cose?
«Esiste una differenza tra l'inflazione percepita e quella effettiva», spiega all'agenzia Awp Fredy Hasenmaile, capo economista di Raiffeisen. «Il CPI non coglie sempre la realtà individuale: secondo la struttura di consumo di una famiglia - presenza di bambini, pensionati, bassi redditi - il rincaro percepito può essere più elevato a causa di un'erosione del potere d'acquisto per determinati nuclei», aggiunge Bertrand Lemattre di Bonhôte & Cie, banca privata con sede a Neuchâtel.
Questa discrepanza è dovuta a diversi fattori, a cominciare dall'aumento dei premi di cassa malati, che pesano sempre di più sui bilanci familiari ma non rientrano nel calcolo del CPI, al pari di altre spese obbligatorie. «Da un punto di vista statistico è corretto, poiché l'indice cattura esclusivamente l'evoluzione dei prezzi dei beni di consumo. Ora, l'aumento dei premi è maggiormente legato a un effetto di volume piuttosto che di prezzo», osserva Hasenmaile.
Inoltre, «le famiglie consacrano una quota crescente delle loro spese all'affitto e alle spese accessorie, quasi il 30%», il che erode ulteriormente il potere d'acquisto, sottolinea da parte sua Lemattre. Di conseguenza, un arretramento dell'inflazione non si traduce necessariamente in una diminuzione del costo della vita o in un aumento del potere d'acquisto per il consumatore.
E se l'inflazione dovesse stabilizzarsi in territorio negativo, la situazione economica potrebbe addirittura peggiorare. Quando i prezzi calano per un certo periodo, infatti, il consumatore tende a posticipare le proprie spese, in attesa di ulteriori ribassi, il che viene ritenuto dannoso per l'economia e per le imprese. Queste ultime, a loro volta, riducono le loro uscite, fino a eliminare posti di lavoro, mettendo ulteriormente sotto pressione il consumatore, e così via.
«È quella che chiamiamo una spirale deflazionistica, simile a quanto sta accadendo attualmente in Cina», afferma Hasenmaile. Uno scenario che ha tuttavia poche probabilità di verificarsi in Svizzera, poiché secondo l'esperto «la congiuntura è stabile». Quanto a un rincaro marcato, cioè oltre la fascia di stabilità che la Banca nazionale svizzera (BNS) stabilisce fra lo 0 e il 2%, anch'esso comporterebbe un indebolimento dell'economia. E l'inflazione sarebbe percepita «in modo sproporzionato» dalle famiglie più modeste, con limitata capacità di risparmio, sottolinea lo specialista di Raiffeisen, evidenziando "l'importanza di un buon controllo dell'inflazione da parte della BNS".
L'evoluzione più probabile per quest'anno rimane comunque quella di un aumento dei prezzi moderato, tra lo 0,2 e lo 0,5%. «I recenti dazi doganali imposti dagli Stati Uniti rischiano di provocare un rimbalzo del rincaro, ma questo dovrebbe essere compensato dalla forza del franco», fa presente Lemattre. È quanto accaduto negli ultimi cinque anni, in cui il CPI è salito di quasi il 7%, mentre il dinamismo della moneta elvetica ha permesso di limitare l'aumento dei prezzi dei prodotti importati.



