Telecamere nelle stanze dei pazienti: sicurezza o invasione della privacy?

La giurista e bioeticista Regina Aebi-Müller dell’Università di Lucerna mette in guardia da questo utilizzo che sta prendendo piede non solo nei reparti di terapia intensiva ma anche in quelli di degenza ordinaria.
ZURIGO - Le tecnologie di sorveglianza digitale stanno entrando sempre più nella routine di ospedali e case di cura, promettendo maggiore sicurezza per i pazienti e un alleggerimento del lavoro per il personale. Ma i benefici restano incerti e, parallelamente, crescono le preoccupazioni etiche e legali.
A lanciare l’allarme è la giurista e bioeticista Regina Aebi-Müller dell’Università di Lucerna, che è anche Vicepresidente dell’Accademia svizzera delle scienze mediche (SAMW). Al quotidiano NZZ ha consegnato tutte le sue perplessità. «Ogni espressione di vita viene registrata. Si tratta di un intervento massiccio nella sfera privata», ha dichiarato.
A dare il "La" alle critiche dell'accademia è stato un servizio televisivo andato in onda di recente e che ha riguardato l’ospedale cantonale di Lucerna, dove i pazienti venivano monitorati tramite un sistema di videosorveglianza capace di registrare immagini e suoni, con un operatore che da remoto vigilava su più stanze in simultanea. «Questo ha suscitato un po' di sconcerto», spiega la professoressa. Secondo Aebi-Müller, queste tecnologie si stanno diffondendo rapidamente senza un’adeguata analisi. «Molti ospedali hanno acquistato sistemi costosi e ora vogliono utilizzarli, ma si pensa troppo poco alle conseguenze per i pazienti» ha dichiarato al giornale zurighese.
Se nelle terapie intensive questo tipo di monitoraggio stretto è da tempo una pratica consolidata e necessaria, la novità è che il suo utilizzo si sta diffondendo nei reparti ordinari. Le soluzioni variano: dalle telecamere con audio ai sistemi basati su sensori o radar in grado, ad esempio, di rilevare le cadute. Proprio i sistemi audiovisivi sono i più controversi.
«Si vede e si sente tutto: cosa fa il paziente, quali suoni emette», osserva Aebi-Müller. In alcuni casi, poi, gli schermi risultano visibili anche dai corridoi, «esponendo ulteriormente la privacy». Gli ospedali sostengono che queste tecnologie aumentino la sicurezza. Ma «per la prevenzione delle cadute esistono alcuni studi con risultati positivi», ha sottolineato. Esiste inoltre il rischio di una «falsa sicurezza»: «Da remoto non si distingue facilmente tra sonno e collasso, mentre chi è presente nella stanza può accorgersene più rapidamente» è il suo parere.
Il consenso dei pazienti è un nodo cruciale della questione, ancor più delicato per coloro che sono incapaci di intendere e volere. La SAMW apre invece all'utilizzo di questi sistemi nei casi di rischio suicidario in ambito psichiatrico o nelle terapie intensive. «Ma la sorveglianza deve essere limitata allo stretto necessario: niente audio se basta il video, niente registrazione se è sufficiente il live», precisa Aebi-Müller. Proprio la registrazione dei dati rappresenta uno degli aspetti più critici. «È un intervento ancora più invasivo e difficile da giustificare dal punto di vista medico», afferma.
Infine, la sorveglianza avrebbe però delle implicazioni anche per il personale sanitario, che può essere a sua volta monitorato. In un contesto segnato dalla carenza di operatori, questi sistemi possono contribuire all’efficienza, ma le reazioni restano contrastanti. Secondo Aebi-Müller, non sono necessarie nuove leggi: «Le basi giuridiche esistono già, ma devono essere applicate con rigore».



