Vietare i social ai minori? Il rischio di spingerli nell’illegalità

Tra restrizioni e iniziative politiche cresce il dibattito sulla tutela dei giovani online: meglio proibire o ripensare le piattaforme?
BASILEA - In Australia è già stato introdotto un divieto; a ruota dovrebbe seguire la Francia, mentre la Germania ha optato per una restrizione. Negli ultimi mesi stiamo assistendo a diversi passi concreti da parte delle autorità politiche di vari Paesi per proteggere bambini e adolescenti dagli effetti negativi dei social media.
Anche in Ticino il tema suscita emozioni contrastanti, emerse in particolare lo scorso novembre durante il lancio dell’iniziativa interpartitica per vietare lo smartphone a scuola.
Il punto con l'esperta - L’esperta digitale Lara Wolfers, professoressa di «Digital Lives» all’Università di Basilea, fa il punto della situazione in un’intervista rilasciata alla Basler Zeitung.
Il nodo da sciogliere è uno: anche la Svizzera dovrebbe introdurre un divieto sui social media? «In linea di massima no», spiega l’esperta. «Almeno non nella forma adottata in Australia. Da un lato ritengo che 16 anni siano un’età troppo avanzata. Una soglia minima ha senso, ma la fisserei più in basso. Inoltre, il divieto in Australia non sta funzionando. Ci ritroveremmo in una situazione peggiore di quella attuale, perché spingeremmo i giovani verso l’illegalità e perderemmo la base per il dialogo».
Altre misure più efficaci - Secondo Wolfers, esistono altre misure che potrebbero rivelarsi più efficaci. «Una possibilità sarebbe intervenire sui meccanismi delle piattaforme, ad esempio vietando i cosiddetti “dark pattern”, che sappiamo avere conseguenze negative. Tra questi c’è lo scorrimento infinito dei contenuti». I giovani infatti non sono diversi dagli adulti. «Hanno le stesse difficoltà a limitare il tempo trascorso online e sono esposti a contenuti che possono turbarli. Preferirei che si migliorasse la progettazione delle piattaforme o che si introducesse una regolamentazione più chiara. Dobbiamo anche rafforzare i meccanismi di protezione».
Meccanismi che, soprattutto per quanto riguarda i contenuti a sfondo sessuale, presentano molte falle. «L’accesso a questo tipo di contenuti è praticamente incontrollato. Anche nella vita offline esistono situazioni simili, ma come società disponiamo di strumenti di tutela molto più efficaci. Ad esempio, insegniamo già ai bambini piccoli a non seguire uno sconosciuto. Nel contesto online, questo non funziona allo stesso modo».
Il mondo cambia - Il problema, aggiunge, «è che il mondo cambia molto rapidamente. All’inizio i social media erano caratterizzati da numerose interazioni; poi è arrivata una fase dominata dall’autopromozione, mentre oggi, con TikTok e i Reels, siamo entrati nell’era dell’intrattenimento. Nella ricerca lo definiamo “moving target”: l’oggetto di studio cambia continuamente. Dobbiamo chiederci costantemente se gli studi di un anno fa siano già superati».
Imparare inseme al ragazzo - L’educazione passa anche dall’esempio. I genitori si trovano spesso in difficoltà quando devono limitare l’uso di un dispositivo che loro stessi faticano a gestire. «Come fare? Imparando insieme. Molti esperti raccomandano di sedersi e stabilire regole valide non solo per i figli, ma anche per i genitori. Ad esempio: “Niente cellulari a tavola”. Oppure dedicare consapevolmente due ore del sabato a giocare insieme a “Mario Kart”. L’uso condiviso ha effetti positivi: permette di condividere una passione e di entrare nel mondo del bambino».



