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SVIZZERA

La più grande minaccia per gli ebrei? «La sinistra e i musulmani»

Lo sostiene il direttore del settimanale Jüdische Allgemeine
Depositphotos (da.antipina)
Fonte Ats
La più grande minaccia per gli ebrei? «La sinistra e i musulmani»
Lo sostiene il direttore del settimanale Jüdische Allgemeine

ZURIGO - Oggi nelle grandi città d'Europa la più grande minaccia per gli ebrei non viene dai neonazisti, ma dalla sinistra e dagli ambienti arabo-musulmani: lo sostiene Philipp Peyman Engel, direttore del settimanale tedesco Jüdische Allgemeine, che in un'intervista alla Weltwoche denuncia quella che considera la pavidità dei politici alla ricerca del voto islamico e che vede peggiorare sensibilmente la situazione anche in Svizzera.

Un ebreo di 26 anni aggredito a pugni da un 40enne kosovaro nel quartiere di zurighese Wiedikon: parole antisemite, odio puro, sangue sul marciapiede. Per Engel, 43 anni, da due anni e mezzo in Svizzera, è la fotografia di un'Europa che ha voltato lo sguardo. «È stato uno choc, ma purtroppo non una sorpresa. Questi attacchi non sono più eccezioni, sono diventati la regola, anche a Zurigo». Il padre di famiglia conosce bene la dinamica. A Berlino, dove viveva, la frequenza è ormai statistica. «Venivo in Svizzera con la speranza che qui la vita ebraica fosse ancora un po' più sicura. Lo è - il pericolo è meno acuto che a Berlino - ma la minaccia cresce in modo visibile e rapido».

I numeri parlano chiaro - «Negli ultimi trent'anni i casi di antisemitismo non sono mai stati così numerosi come ora. La discussione se uscire con la kippah, la stella di Davide o una maglietta del Maccabi» - Engel ha giocato a calcio nella squadra di calcio berlinese di ispirazione ebraica - «è già chiusa da tempo a Berlino. La probabilità di essere aggrediti verbalmente o fisicamente come ebreo riconoscibile è altissima, lo dicono le statistiche. Molti nascondono completamente la propria identità. Chi non lo fa viene spesso provocato o attaccato direttamente». A Zurigo, aggiunge, «non è ancora così drammatico, ma anche qui la minaccia antisemita aumenta significativamente. Ricordo solo l'accoltellamento di un ebreo ortodosso nel marzo 2024. L'aggressore musulmano lo colpì più volte con un coltello da cucina, la vittima sopravvisse per miracolo».

La frattura si è allargata dopo il 7 ottobre - Dopo il 7 ottobre 2023, giorno degli attacchi di Hamas in Israele, la frattura è diventata voragine. «C'è una grande differenza, quasi esistenziale. Prima l'odio per gli ebrei era già forte, ma dopo quel giorno è esploso di nuovo. In Francia negli ultimi 15 anni decine di migliaia di ebrei hanno lasciato il paese: non volontariamente, ma perché non ce la facevano più. L'odio non veniva solo da destra, ma massicciamente da sinistra e dagli ambienti arabo-musulmani. Dopo il massacro di Hamas, molti a sinistra tacquero. Non appena Israele si è difeso, è arrivata subito l'accusa di genocidio: è contro-fattuale e profondamente offensivo. Molti ebrei tedeschi oggi si sentono estranei nel proprio paese, come se fossero tollerati solo finché restano invisibili. Sì, questa è una delle più grandi bancarotte morali dal 1945: l'Occidente, che si è sempre considerato un baluardo contro l'antisemitismo, ha fallito dopo questo pogrom: per viltà, ideologia e doppia morale».

«L'antisemitismo si maschera da anti-sionismo» - Alla domanda su quale sia oggi la più grande minaccia reale per gli ebrei in Europa, Engel risponde senza esitazione. «Nella Germania dell’Est o nelle zone rurali è ancora il vecchio odio neonazista, ma nelle grandi città come Berlino, Parigi, Zurigo, il pericolo maggiore è l'antisemitismo legato a Israele proveniente dai milieu di sinistra e dalle comunità arabo-musulmane. Studi empirici mostrano chiaramente che i musulmani in Germania concordano tre volte più spesso della maggioranza della popolazione sul fatto che la violenza contro gli ebrei sia legittima. L'antisemitismo di sinistra si maschera da anti-sionismo ed è diffuso nei media, nelle università e nella politica. L'idea che il problema siano solo i neonazisti è falsa: e viene coltivata consapevolmente perché è politicamente più comoda e non disturba le narrazioni dominanti. Quasi ogni ebreo in Germania vi confermerà: sono la sinistra e i musulmani insieme a costituire oggi la più grande minaccia per gli ebrei. Secondo me, questa rimozione è una pericolosa negazione della realtà e rende gli ebrei ancora più vulnerabili».

Il tradimento della sinistra - Engel ricostruisce quello che considera il tradimento della sinistra. «Fino al 1967 la sinistra aveva spesso uno sguardo equo, a volte persino di sostegno verso Israele. Poi venne la rivoluzione del '68: Israele fu diffamato come vassallo degli Usa, imperialista, poi come stato oppressore bianco post-coloniale, sebbene un israeliano su due non sia bianco e milioni di ebrei siano stati espulsi da paesi a maggioranza musulmana. Oggi Israele è per molti a sinistra 'lo stato coloniale bianco'. È assurdo e pericoloso, perché rende l'odio intellettualmente accettabile. L'antisemitismo di sinistra si maschera da critica a Israele ed è profondamente radicato in parti della SPD, dei Verdi, della Linke, ma soprattutto nelle università e in alcune testate giornalistiche di qualità».

La richiesta alla politica - L'appello alla politica è secco. «Bisogna finalmente dire ad alta voce che l'odio per gli ebrei non viene solo da destra. Servono misure concrete: pubblicare onestamente le statistiche e i profili degli autori. Poi, nominare con la stessa durezza l'antisemitismo di sinistra e quello musulmano come quello di destra. Terzo: devono esserci chiare conseguenze per le invettive anti-ebraiche nelle università e nei media. La protezione di sinagoghe e istituzioni ebraiche va massicciamente potenziata. E niente politica delle coccole con gruppi che alimentano l'odio contro Israele. Perché tutto questo non accade? Forse è un misto: in parte viltà, in parte ideologia, in parte tattica elettorale, non si vogliono perdere certi gruppi di elettori. La corsa al voto musulmano è già cominciata, soprattutto a Berlino».

Eppure, il desiderio più grande è semplice. «Che i miei figli e tutti i bambini possano crescere in pace e libertà. Che le sinagoghe non abbiano più bisogno della scorta della polizia. Questo è il mio auspicio più semplice, ma anche il più grande».

Hamas, ferita aperta - Sul conflitto in Medio Oriente, Engel giudica fragile la tregua. «La cessazione del fuoco regge ancora, grazie a Dio, ma è instabile. Ci sono ancora scontri militari minori. Hamas non si è smilitarizzata, non ha consegnato le armi, non ha sciolto le sue strutture. È la grande ferita aperta. Finché Hamas rimarrà armata, continuerà a terrorizzare la propria popolazione e a usarla come scudo umano, ogni pace duratura sarà illusoria. Allora Gaza resterà una zona di guerra permanente: a danno di tutti, sia della popolazione civile palestinese che degli israeliani».

Le responsabilità? Di tutti - Sul piano del presidente americano Donald Trump di venti punti: «È una buona bozza, ma la strada è ancora molto, molto lunga. È incoraggiante che molti stati arabi abbiano ormai abbandonato la vecchia immagine nemica di Israele e vogliano normalizzare le relazioni. Ma anche la comunità internazionale ha fallito, lasciando fare Hamas, sostenendola finanziariamente o almeno non isolandola coerentemente. È una corresponsabilità collettiva».

Netanyahu? «Dovrebbe dimettersi» - Riguardo al premier israeliano Benjamin Netanyahu, Engel è netto. «In guerra, Netanyahu ha fatto molte cose giuste. Ha condotto Israele al sicuro attraverso questa situazione orribile, quando fu attaccato da sette fronti diversi. Ma: lui ha la responsabilità politica per il catastrofico fallimento prima del 7 ottobre: il fallimento della politica, dei militari e dei servizi segreti. Dovrebbe trarne le conseguenze e dimettersi».

Accusa di genocidio «assurda» - Sull'accusa di genocidio contro Israele: «È assurda. È la continuazione della guerra con altri mezzi, in questo caso giuridici. Vuole delegittimare Israele. Israele conduce questa guerra contro Hamas, non contro la popolazione civile palestinese. L'accusa è sollevata in modo così aggressivo perché è politicamente utile: rende Israele un paria e distoglie l'attenzione dai crimini di Hamas».

Trump «parla la lingua della forza» - Da parte sua Trump, per Engel, ha fatto «qualcosa di straordinario». «Parla l'unica lingua che Hamas e gruppi simili capiscono, la lingua della forza. La tregua e il piano in venti punti sono in larga parte merito suo. L'Ue, con il suo approccio accomodante, i suoi appelli e i suoi moralismi, non ci è mai riuscita. Trump è un'enorme sberla all'ingenuità europea».

Il regime iraniano? Da cambiare - Diverso è il giudizio sull'Iran. «Trump ha promesso aiuto ai coraggiosi manifestanti e poi li ha abbandonati. È stata una grande delusione per molti iraniani. Ma i raid militari contro gli impianti nucleari iraniani nel 2025 sono stati un barlume di speranza per oltre il 50% degli iraniani che vogliono vivere in pace e libertà. Un cambio di regime muterebbe radicalmente l'intera regione, in positivo per Israele e per tutti coloro che soffrono sotto l'influenza iraniana».

"A differenza dell'Afghanistan o della Siria, in Iran c'è una grande maggioranza democratica: oltre il 50% della popolazione vuole pace, libertà e una vita normale come in Occidente. Un cambio di regime potrebbe avvenire sorprendentemente in fretta, lo abbiamo visto in Siria. La società iraniana è istruita, giovane, orientata al secolare e anela alla normalità".

Il malinteso della diversità - Qual è - chiede infine il giornalista della Weltwoche - il più grande malinteso sugli ebrei? «Che siamo diversi», risponde l'intervistato. «Se ci feriscono sanguiniamo come tutti gli altri esseri umani. Abbiamo una religione diversa, ma siamo persone come tutte le altre», conclude.

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