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SVIZZERATra ISIS, rigetti e critiche: dietro le porte della moschea di Neuhausen

12.12.22 - 23:22
Difficilmente reperibile, parla il responsabile della moschea: «Ci ripetono sempre le stesse accuse, come se volessero cementificarle»
Tamedia/Illustrazione: Karin Widmer
Osamah nella moschea di Neuhausen, un'istituzione dell'Associazione culturale islamica di Sciaffusa.
Osamah nella moschea di Neuhausen, un'istituzione dell'Associazione culturale islamica di Sciaffusa.
Tra ISIS, rigetti e critiche: dietro le porte della moschea di Neuhausen
Difficilmente reperibile, parla il responsabile della moschea: «Ci ripetono sempre le stesse accuse, come se volessero cementificarle»

SCIAFFUSA - Un iracheno che ha scontato una pena in carcere per appartenenza allo Stato Islamico (ISIS) dal 2014 al 2017 è tornato a predicare in Svizzera, più precisamente nella Moschea di Neuhausen nel canton Sciaffusa.

Si tratta di una moschea che è stata fondata nell'estate del 2021 e Osamah, come viene chiamato l'uomo, è attivo da allora. La Polizia federale (fedpol) ritiene che in questo caso debbano essere adottate misure preventive secondo la nuova legge sul terrorismo, ma per poter procedere il Cantone responsabile deve presentare una richiesta ben motivata al governo federale.

E lo sta facendo: il Canton Sciaffusa ha confermato che si sta lavorando in tal senso: «Sono in corso azioni preparatorie». Ciò significa che le autorità stanno raccogliendo delle prove o degli indizi che giustifichino l'applicazione dell'MPT. Le misure possibili sono gli arresti domiciliari, la detenzione in attesa di espulsione, i divieti di entrare in un determinato quartiere o in contatto con determinate persone. In realtà, il 35enne - in Svizzera dal 2011 - avrebbe dovuto lasciare la Svizzera poiché espulso: ma è proprio la sua appartenenza all'ISIS che gli impedisce di essere rimandato nel suo Paese d'origine, l'Iraq, dove rischierebbe di andare incontro a torture e persino alla morte.

Dietro le porte della moschea di Neuhausen
Cosa succede alla moschea di Neuhausen? Per scoprirlo, i colleghi di 20 Minuten hanno preso contatto con i responsabili. Qualcosa di tutt'altro che semplice: la moschea è gestita dall'Associazione culturale islamica di Sciaffusa. Esiste un sito web dell'associazione con i dettagli di contatto e l'indirizzo postale è reperibile anche su Internet, ma è praticamente impossibile per i media e per i non musulmani entrare in contatto con l'associazione. Le mail e le telefonate non ricevono risposta, i responsabili dell'associazione non compaiono da nessuna parte.

Dopo una lunga ricerca, è stato possibile raggiungere il presidente dell'associazione - che chiameremo Reto* -, e che inizialmente non voleva parlare con il giornale. Alla fine, però, ha accettato di avere un incontro di persona. Ai giornalisti Reto ha parlato in dialetto sciaffusano, dicendo di avere in famiglia sia la cultura cristiana che quella musulmana. E la lingua è subito argomento di discussione: altri membri dell'associazione provengono da famiglie musulmane ma non parlano arabo. «Questo è stato uno dei motivi per fondare la moschea di Neuhausen: volevamo creare un'offerta in lingua tedesca per i musulmani dell'area circostante. Nelle moschee turche e arabe capiscono poco o nulla».

Reto è molto cordiale, proprio come gli altri membri dell'associazione, una decina di persone che si incontrano regolarmente per pregare. C'è una rigida separazione dei sessi. Dopo la preghiera, viene servita la colazione: un grosso buffet con uova, pane, formaggio e tutto ciò che i fedeli hanno portato con sé. Si parla e si scherza molto. D'altra parte si incontrano spesso, e fanno escursioni anche con le loro famiglie. Per loro la moschea significa comunità. 

«Osamah non ha nulla a che fare con l'estremismo»
Qualche giorno dopo, viene organizzato un altro incontro, che però non ha luogo. Già il primo incontro non è infatti stato ben accolto dai membri dell'associazione. L'unica è parlare al telefono con Reto, ed è inevitabile parlare della questione centrale: perché lascia che Osamah, un condannato sostenitore dell'ISIS, predichi e insegni nella moschea?

In risposta, Reto ha ribadito il concetto di due pesi e due misure e dell'ipocrisia della società, che si gira dall'altra parte di fronte alle più grandi ingiustizie ma condanna senza pietà una persona come Osamah «senza conoscerla». Secondo l'interlocutore, Osamah non ha alcuna possibilità di integrazione dopo il suo rilascio dal carcere, qualcosa di disumano che «non è nello spirito della religione, nemmeno di quella cristiana».

All'inizio, ha poi aggiunto, aveva scrutato a fondo Osamah e gli aveva fatto domande trabocchetto o detto cose che avrebbero potuto metterlo alla prova. Oggi è sicuro: «Non ha nulla a che fare con la violenza e l'estremismo». Secondo lui, è stato condannato ingiustamente. «Chiunque abbia dubbi sul fatto che nella nostra moschea si diffondano idee estremiste può sempre verificare di persona. La moschea è aperta, gli eventi sono accessibili a tutti».

La religione? «Viene prima della democrazia»
La moschea è aperta - eppure non è possibile conoscere le persone che vi sono dietro: il loro nome e il loro modo di vivere rimangono oscuri.

Per l'esperto giornalista investigativo Kurt Pelda, che da anni si occupa di ricerca sull'islamismo, ci sono numerosi indizi che indicano che si tratta di estremisti. Dal canto suo, Reto ha ribadito che l'associazione ha avuto solo esperienze negative con i media, poiché vengono ripetute sempre le stesse accuse, come se si volesse cementarle. Ecco perché non parlano più con i media: si teme per la sicurezza dei membri dell'associazione e che prima o poi si dovrà chiudere la moschea. Ancora oggi, Reto ha detto che alcune persone lo guardano con timore quando esce dalla moschea.

Alla domanda se l'associazione culturale islamica accetti le regole democratiche del gioco o se la religione sia al di sopra della democrazia, Reto ha risposto chiaramente: «Con i referendum si possono vietare i minareti, vietare i burqa. Questo nonostante la libertà di religione sia sancita dalla Costituzione». Per questo motivo, la democrazia «non è al di sopra della religione», anzi, è proprio il contrario.

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