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12.07.2021 - 16:220

Sostegno all'Isis: condannato

Un curdo-iracheno condannato a 5 anni e 4 mesi. In cella avrebbe instaurato un «regime di terrore»

BELLINZONA - Nel processo d'appello al Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona, un sostenitore dell'Isis curdo-iracheno di 53 anni è stato condannato 5 anni e 4 mesi di reclusione e all'espulsione dalla Svizzera per 15 anni.

Si tratta di una sentenza di poco inferiore a quella inflittagli in prima istanza, ossia 5 anni e 10 mesi di prigione per sostegno al sedicente Stato islamico (Isis). La corte ha respinto la richiesta del Ministero pubblico della Confederazione (MPC) che chiedeva l'internamento. La senza odierna può ancora essere impugnata davanti al Tribunale federale.

Rispetto al primo verdetto, la corte non ha condannato l'uomo - che sta scontando la pena nel carcere di Frauenfeld (TG), ma che verrà presto trasferito - per partecipazione a un'organizzazione criminale, bensì per violazione della legge che proibisce lo Stato islamico e Al-Qaida.

La settimana scorsa, durante le prime fasi del processo, il procuratore Kaspar Bünger aveva giustificato il ricorso in appello per tre ragioni. In primo luogo, contrariamente alla richiesta del MPC, l'Iracheno non era stato condannato per aver violato la legge federale che proibisce al-Qaida e lo Stato Islamico, ma per appartenenza a un'organizzazione criminale. Per l'accusa si tratta di un aspetto che va corretto.

Per la procura federale, l'accusato ha anche spinto la moglie a commettere un attacco suicida in Libano, un elemento che i giudici non hanno tuttavia considerato. Per Bünger, invece, l'incitamento c'è stato.

Infine, l'MPC crede che l'accusato debba assolutamente rimanere in carcere a causa della sua pericolosità e del rischio acuto di recidiva. A sostegno di quest'ultima tesi, si è basato su una nuova perizia psichiatrica condotta sull'imputato, secondo la quale l'Iracheno soffrirebbe di un disturbo della personalità e sarebbe refrattario a una terapia.

Lo scorso ottobre, la corte aveva stabilito che l'imputato è stato senz'altro al servizio dello Stato Islamico tra il 2016 e il suo arresto nel 2017 "in un ruolo con più funzioni e per un periodo di tempo significativo". Aveva contatti con i dirigenti dell'organizzazione terrorista ed era lui stesso un quadro di livello intermedio del sedicente Stato islamico.

Cresciuto in una famiglia numerosa - 11 fratelli - è nato a Kirkuk (Kurdistan iracheno) nel 1967 ed è arrivato in Svizzera nel 1998. Da allora vive nella Confederazione, ad eccezione di un soggiorno in Svezia, ma non ha mai avuto un lavoro regolare. Benché la sua domanda d'asilo sia stata respinta, la sua espulsione dalla Svizzera è stata rinviata in favore dell'ammissione temporanea.

Arrestato nel maggio 2017 mentre si trovava nel centro di accoglienza di Eschlikon (TG), al processo di primo grado l'Iracheno aveva negato con veemenza di essere un islamista radicale, definendo come "vuote chiacchiere" le discussioni compromettenti e di esaltazione della violenza sui profili social a lui riconducibili.

Secondo un articolo del "Tages-Anzeiger" del 6 luglio scorso, il comportamento del detenuto nel carcere cantonale di Frauenfeld sembra tuttavia destare grossi grattacapi. Oltre a diffondere propaganda a favore dell'Isis, l'uomo avrebbe persino dato ordine dalla prigione di uccidere la sua ormai ex moglie.

Un testimone sentito in aula il 7 di luglio, un compagno di prigionia, ha affermato che l'accusato ha stabilito «un regime di terrore» e ha messo gli altri prigionieri sotto pressione. A tale riguardo, il MPC ha confermato nel corso del dibattimento di aver aperto un nuovo fascicolo.

Rivolgendosi ai giudici, il legale dell'uomo li aveva invitati a non farsi influenzare dai presunti incidenti avvenuti in prigione, poiché non fanno parte dell'atto di accusa, rinnovando la richiesta di assoluzione per i principali rimproveri mossi al suo assistito.
 
 

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