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Julian Walker e quella passione Ticino-centrica

«Spero che il Lugano stia ancora giocando quando saremo con i pantaloni corti»
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Julian Walker e quella passione Ticino-centrica
«Spero che il Lugano stia ancora giocando quando saremo con i pantaloni corti»
«Il titolo mancato nel 2018? Non mi è ancora passata».
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LUGANO / AMBRÌ - Tutto è cominciato a Berna, dove ha completato la trafila nel Settore giovanile fino ad arrivare alla Prima squadra. Poi ci sono stati Basilea, Olten e Langenthal. Dal 2008 in avanti però, salvo una breve parentesi ginevrina, la sua vita è stata Ticino-centrica. Prima ad Ambrì, dove è rimasto quattro anni, e in seguito a Lugano, dove ha giocato per undici stagioni, Julian Walker ha vissuto esperienze incredibili. È stato una delle colonne di squadre impegnate nella rincorsa di obiettivi diversissimi. Ha, per esempio, lottato per il titolo, sfiorato due volte in bianconero, l’ultima proprio contro lo Zurigo, dalla prossima settimana avversario della truppa di coach Mitell. Ma ha anche tremato davanti alla prospettiva della retrocessione, “rischiata” in biancoblù. L’avvicinamento alla postseason era in ogni caso, in quegli anni, sempre parecchio intenso.

«Ma giocare playoff o playout è completamente diverso. A livello mentale intendo - ci ha raccontato il 39enne ex attaccante - Nel primo caso c’era eccitazione. Non vedevi l’ora di scendere sul ghiaccio. Era una bella sensazione. Nel secondo invece… non dico che avevi paura, perché in quelle situazioni non puoi permetterlo, ma sicuramente non eri “leggero”».

Vincere era solo un dovere?
«Un obbligo, esatto. Nel 2012, quando finimmo a fare lo spareggio con il Langenthal, avevamo poca fiducia dopo una stagione con pochissime vittorie, ci sentivamo insomma in pericolo… Ma in fondo da situazioni come quella ho imparato tanto. A gestire la pressione per esempio, a giocare con l’obiettivo di non deludere chi ci seguiva. La salvezza? Tolto un peso dal cuore».

Allo spareggio quest’anno forse non si dovrà arrivare.
«E posso assicurarvi che i ragazzi di Ambrì e Ajoie guarderanno con grande interesse a quello che succede in Swiss League. Poi, ovviamente, si alleneranno a tutta per, eventualmente, farsi trovare pronti a un’altra serie dopo i playout». 

Nell’eventuale spareggio la squadra di National League sarà super favorita.
«Sulla carta sì, ma non è semplice: la testa conta tantissimo. In occasioni del genere sei agitato, nervoso e giochi contro un rivale che non ha nulla da perdere e in più ha grande entusiasmo». 

Il Lugano invece, con il quale sei andato a un passo dallo scrivere la storia?
«Nel 2018. Non posso dire che ci penso ogni giorno ma, se devo essere sincero, ancora non mi è passata. Il titolo era lì, a un passo…».

Dopo la pausa olimpica i bianconeri hanno fatto fatica.
«Non hanno giocato le loro migliori partite, è vero. Però avevano anche due-tre infortunati. Con lo Zugo invece sono tornati a fare bene. E da qualche giocatore ci si può aspettare qualcosa in più». 

Lo Zurigo è un avversario pessimo.
«Non il peggiore possibile, secondo me. Penso alle trasferte, per esempio: a Ginevra o a Losanna sarebbero state peggiori. Unico aspetto negativo della sfida ai Lions è il fattore pista».

Non averlo pesa così tanto?
«Un pubblico esigente potrebbe anche frenarti; in generale però poter giocare più partite davanti ai tuoi tifosi è sempre un bel vantaggio». 

Patrick Fischer ha sempre detto che la prima partita di una serie è fondamentale.
«È un punto di vista interessante. È vero che cominciare bene è importante, più che il risultato però io mi concentrerei sulla prestazione. Devi riuscire a giocare il tuo hockey, fare bene le piccole cose, con semplicità. Se ci riesci, anche in caso di sconfitta qualche correttivo è relativamente facile da fare».

Ajoie e Zurigo, come finisce?
«Spero che l’Ambrì possa bruciare il ghiaccio e che il Lugano stia ancora giocando quando saremo con i pantaloni corti».

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