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Lavorano e si rompono, ma fa parte del gioco

Troppo lavoro? «Ma che stipendi hanno?»
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Lavorano e si rompono, ma fa parte del gioco
Troppo lavoro? «Ma che stipendi hanno?»
Arno Rossini: «Le chiacchiere si fanno solo quando si perde».
CALCIO: Risultati e classifiche

MILANO - Danno il massimo tutto l’anno, sgobbano, soffrono, corrono, per arrivare nelle primissime posizioni della classifica così da centrare la qualificazione alle coppe europee. Poi, una volta ottenuta… nella stagione successiva si lamentano per le troppe partite da giocare. 

Lamentarsi è un po’ un’abitudine nel calcio moderno: che si parli di Super League, di Serie A, di Bundesliga, di Ligue1 o della spremutissima Premier League, di allenatori che non sopportano il doppio appuntamento settimanale ce ne sono parecchi.

«E quando parlano non sono credibili - è intervenuto Arno Rossini - Dirò di più: se parlano è per giustificare una sconfitta o un momento no. Le chiacchiere si fanno solo quando si perde. Si gioca tanto? Sono d’accordo. Si gioca troppo? Anche questo è vero. Però il pallone è questo, non ci si può far nulla: le società sono costruite per portare a termine stagioni intensissime». 

Cinquanta, sessanta, settanta partite l’anno.
«Anche di più, se si considerano pure gli impegni con le nazionali. Ma i top club hanno ormai rose da trenta giocatori. E specialisti in grado di rendere più veloce il recupero tra uno sforzo e l’altro. Ci sono sempre gli imprevisti, gli infortuni, certo, ma nel professionismo sono attrezzati per una corsa lunga ed estenuante. E poi, parliamoci chiaro: i giocatori sono pagati tantissimo. Sono costretti a dare tutto, a lungo? È vero, ma pensate agli stipendi che hanno».

Che i club devono pagare.
«Ma è un po’ un circolo vizioso. Giocare tanto, in più competizioni, serve alle società per incassare di più e, così, permettersi di avere a libro paga più calciatori. I conti alla fine tornano. O dovrebbero farlo». 

Questo vale per i top club. Chi non ha disponibilità enormi - e quindi una rosa enorme - sarà invece costretto a soffrire l’impegno multiplo…
«Ma questi sono anche quelli che non hanno l’obbligo di vincere. Possono, quindi, percorrere l’“altra” strada. Puntare sul Settore giovanile. Mettere insieme un gruppo non amplissimo e completarlo con quattro-cinque giovani cresciuti in casa, in grado di far respirare un po’ chi è impiegato di più. E posso assicurarvi che, lasciando stare i ruoli critici, se in un campo ci sono due-tre ragazzi, che saranno affamatissimi, il livello della squadra non ne risente. Così facendo queste società hanno poi un altro beneficio: questi giovani, messi in vetrina, possono cominciare ad avere mercato. E venderli non farebbe altro che far incassare capitali da reinvestire sulla crescita di altri talenti».

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