200 franchi: una scelta che pesa sulla Svizzera italiana

Sara Demir Granconsigliera (il Centro / TI)
Lo slogan “200 franchi bastano!” è chiaro e diretto. Ma dietro a questa semplicità ci sono scelte concrete che meritano delle riflessioni. Il canone radiotelevisivo non è solo una spesa. È il finanziamento di un servizio pubblico che garantisce informazione sul territorio, approfondimenti politici, cultura locale e dibattiti. Nella Svizzera italiana, con la nostra minoranza linguistica, è un equilibrio delicato. Ridurre il canone da 335 a 200 franchi e abolirlo per tutte le PMI ha conseguenze concrete. Significa meno risorse, meno possibilità di investire nei contenuti regionali, meno presenza sul territorio.
Si può parlare di risparmio ed efficienza, certo. Ma una riduzione così drastica rischia di indebolire ciò che oggi funziona e dà voce alla nostra regione.
Esiste una proposta più sostenibile. Il controprogetto del Consiglio federale e del Parlamento prevede:
· un canone ridotto a 300 franchi entro il 2029 per le economie domestiche;
· l’esenzione per le PMI assoggettate all’IVA con un fatturato inferiore a 1,2 milioni di franchi.
Si tratta di una diminuzione reale per le famiglie e di un alleggerimento concreto per molte piccole imprese, senza compromettere la stabilità del servizio pubblico.
Scrivo queste righe come deputata eletta nel Gran Consiglio della Svizzera italiana nel maggio 2023. Da allora non sono mai stata invitata né in radio né in TV per partecipare a programmi o dibattiti come rappresentante eletta. La mia posizione non nasce quindi da interessi personali, ma dalla convinzione che la RSI sia fondamentale per garantire informazione, cultura e voce alla nostra regione.
L’8 marzo non si vota uno slogan, ma una scelta di responsabilità. La strada più sensata è ridurre i costi senza indebolire il servizio pubblico, mantenendo la voce della Svizzera italiana forte e presente. Per questi motivi, il mio voto sarà NO.



