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L'OSPITE
08.12.2021 - 15:300

Di giravolte e pandemia nelle scuole: arrivano le misure, rimangono i (soliti) problemi.

Il comitato del Movimento della Scuola

Non è un mistero per nessuno: il capo del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport ha sempre nutrito un certo scetticismo circa l’inasprimento delle misure di prevenzione dalla pandemia da Covid nella scuola. Basterebbe ricordare che si era battuto fin da subito contro la prima chiusura delle scuole, poi accettata a malincuore nel pieno della prima ondata e solo perché decisa a livello federale. Così anche per il porto obbligatorio della mascherina nelle scuole medie nell’autunno 2020. Nelle ultime settimane poi, nonostante il massiccio aumento dei contagi e delle relative quarantene, l’onorevole Bertoli si è espresso in modo perentorio contro l’introduzione di nuove misure nelle scuole ticinesi, salvo poi ritornare sui suoi passi quando – qualche giorno fa – Berna ha posto in consultazione nuovi provvedimenti.

Come dargli torto? La didattica a distanza, inizialmente esaltata, si è poi rivelata un mezzo pedagogicamente inappropriato; il porto della mascherina, pur avendo permesso un ritorno in classe, ostacola quella comunicazione empatica che tanta parte ha nella relazione formativa.

Viene però da chiedersi se i toni categorici a cui ci ha abituato il capo dipartimento nelle sue dichiarazioni pubbliche siano quelli che meglio si prestano alla complessità e all’incertezza della situazione. Come ormai la pandemia ci ha insegnato, non esistono certezze granitiche e la prudenza sarebbe d’obbligo. La retorica del “va tutto bene” utilizzata dal Dipartimento, sempre impegnato – e non da ieri – a minimizzare e a tranquillizzare, anche ad oltranza, rischia a questo punto non soltanto di far compiere spiacevoli giravolte a chi è poi costretto a tornare rapidamente sui suoi passi, ma anche di veicolare messaggi contradditori e disorientanti all’insieme della comunità scolastica.

Inoltre, ergersi a tutela dei diritti e dei bisogni degli allievi – come ha fatto Bertoli sostenendo che per i bambini è tutto sommato quasi meglio un Covid piuttosto che il traumatico porto della mascherina – potrebbe rivelarsi poco credibile se non accompagnato dall’implementazione di una seria strategia relativa alla tutela della salute psicologica degli alunni. Quali passi ha compiuto il DECS, negli ultimi due anni, in tale direzione? Oltre al potenziamento della figura del mediatore nelle sedi SMS – attuato, con toni trionfalistici, la scorsa estate – non ci sembra che il problema sia percepito come prioritario dalla Divisone scuola. Eppure il disagio psicologico e sociale dei giovani è segnalato da più parti come un fenomeno preoccupante. Non soltanto non sono stati presi ulteriori provvedimenti, ma pare non esservi nemmeno la volontà (o la sensibilità) per avviare un’approfondita riflessione al riguardo.

Appaiono infine francamente incomprensibili l’atteggiamento poco trasparente del Dipartimento (conosciamo il numero delle quarantene di sezione, ma non quello dei contagi effettivi tra gli allievi e gli insegnanti), che impedisce al personale scolastico di farsi un’idea chiara della situazione, e l’assenza di una vera consultazione delle direzioni e dei docenti, ossia di coloro che sono confrontati direttamente con le conseguenze dell’incidenza pandemica (gestione delle quarantene, ecc.). Tale modo di procedere tende a trasformare questi ultimi in meri esecutori delle politiche sanitarie e sfocia, di riflesso, in una gestione verticistica anche dell’emergenza pandemica. Poco propenso all’ascolto di chi la scuola la fa e la vive, il DECS non riesce così a farsi interprete della comunità scolastica che dovrebbe rappresentare, e sembra preferire per sé il ruolo di nume tutelare che pontifica e dispone, almeno fino a quando non giungano istruzioni diverse da oltre Gottardo.

 

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