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LUGANO

Storia tragica di un perdente di successo

Nel fine settimana Gianni Fantoni si calerà nei panni di Fantozzi porterà al LAC l'inimitabile maschera creata dal genio comico di Paolo Villaggio
Storia tragica di un perdente di successo
NICOLÒ ROCCO CREAZZO
Storia tragica di un perdente di successo
Nel fine settimana Gianni Fantoni si calerà nei panni di Fantozzi porterà al LAC l'inimitabile maschera creata dal genio comico di Paolo Villaggio

LUGANO - Un personaggio tragico, di nome Ugo Fantozzi. Matricola 7829/bis. La rilettura teatrale del ragioniere più famoso della storia del cinema e della letteratura d'Italia arriva sul palco del LAC di Lugano per due rappresentazioni, in programma il 14 e 15 febbraio. Il merito è del regista Davide Livermore, della produzione del Teatro Nazionale di Genova, ovviamente del genio di Paolo Villaggio - che ha ideato un universo che è più vivo e attuale che mai, anche dopo più di mezzo secolo - e di colui che è sia co-autore che protagonista: Gianni Fantoni. Da anni sognava di portare Fantozzi a teatro e ora è nel pieno della terza stagione di repliche. Lo abbiamo intervistato.

È evidente nei racconti e torna ancora più prepotente a teatro: Fantozzi è un personaggio schiacciato dall'Ananke, la necessità, che nella mitologia greca domina tutti (anche gli dei). Fantozzi ci proverebbe anche, a ribellarsi: è geneticamente destinato a essere uno sconfitto?
«Ci prova, a ribellarsi, ma sa perfettamente che non ce la farà mai. È questa consapevolezza a tenerlo in vita. Ma sa, però, di essere indistruttibile e, a un certo punto, lo dichiara proprio a tutti. "Non sanno che non mi avranno mai, perché sono sopravvissuto a due guerre mondiali, ho perso dieci campionati mondiali consecutivi, il potere d'acquisto della lira...". Lui è consapevole del suo destino, mentre i suoi colleghi no. Filini, Calboni e gli altri lottano pensando di potercela fare, ma lui sa perfettamente che non ce la farà mai. A un certo punto si rassegna e ha la vita che può permettersi. Certo, cerca di farsi l'amante e, quando raggiungerà il suo obiettivo, sarà qualcosa di lontano dall'essere bello e reale».

Come ci si cala in una figura del genere, così straordinariamente complessa nei suoi momenti più elevati?
«È senz'altro una sfida che può accettare uno che ha una vita complessa, come nel mio caso (ride, ndr). Ho alcuni tratti in comune con Villaggio: sono anch'io ragioniere e schiavo di un'istruzione che mi avrebbe portato altrove, rispetto a quello che poi mi è capitato di fare. La molla è stata la ripartenza dai primi tre libri. Quando sono andato da Villaggio per comprare i diritti, gli ho proprio detto che volevo quei tre. La complessità è ciò che ha fatto la fortuna di Fantozzi. Lì c'è quello vero, quello tragico, non il cartone animato bidimensionale che abbiamo visto dal terzo/quarto film in poi e che la tv replica all'infinito».

Fantozzi è sia un personaggio da tragedia greca, sia una maschera da Commedia dell'arte.
«A Carnevale lo vedi subito chi si veste da Fantozzi. È facile: basta mettersi un basco, le mutandone ascellari, magari fare la linguina... È un personaggio che è entrato nella memoria collettiva e ci resterà, come Arlecchino. È la sua tragicità che lo fa andare avanti: è sempre il dramma che lascia il segno nell'anima della gente».

Lei nasce artisticamente come imitatore di Paolo Villaggio e ora ne ha raccolto il testimone. Sente talvolta il peso dell'investitura di essere colui che traghetta Fantozzi verso il futuro?
«Beh, i diritti li ho comprati, non li ho ricevuti dall'alto. Sarei teoricamente l'erede del personaggio, ma l'eredità me la sono pagata (ride, ndr). Certo, misurarsi con Fantozzi senza essere Villaggio è stato da scemi, da persona con disturbi mentali. Invece, a distanza di tempo, ripenso con felicità a tutto il rischio d'imbarcarsi in questa operazione. Mio e di Davide Livermore: non dimentichiamo che trasportare uno spettacolo del genere a teatro, facendolo diventare qualcosa che non fosse un pezzo di brutto cinema, era rischioso. Siamo riusciti a realizzare un Fantozzi che non è lontanamente parente del cinema e che viene dalla letteratura, con quella profondità recuperata in toto. Ed è un Fantozzi nel metaverso: nessuno può vedere un'imitazione sul palco, sebbene gli sia vicino nel fisico e nella voce. Sono soprattutto i miei eccezionali colleghi a essere completamente diversi dagli archetipi cinematografici».

Missione compiuta, dunque.
«Ormai lo possiamo dire, ma è chiaro che mi battevano non solo i denti ma anche le ossa, le cartilagini. Fortuna che il pubblico e la critica si sono accorti che abbiamo fatto questa cosa con grande amore e dedizione. Penso che sia uno spettacolo imperdibile. Non so se ce ne sarà una quarta, perciò è meglio approfittarne e vederlo. Non si va a casa delusi».

Non vorrei che il pubblico pensasse, leggendo questa intervista, che in "Fantozzi. Una tragedia" non si ride.
«(ride, ndr) No no, si ride, si ride. È talmente tragico da diventare comico. Perché cos'è la commedia: è la tragedia vista da una certa distanza. Se s'imparasse a farlo anche nella vita, si capirebbe che il mondo in fondo è una grande commedia, con degli episodi tragici momentanei».

Il mio professore di storia del cinema qui a Lugano, Francesco Casetti, diceva che Villaggio ha ucciso agli occhi degli italiani "La corazzata Potëmkin", che non potrà mai più essere altro che «una c...a pazzesca». Quanto è potente l'influenza dell'immaginario fantozziano sulla società italofona?
«Penso che, dal momento in cui Fantozzi è riuscito a cambiare le parole di un dizionario, non possa essere più radicato di così. Chi riesce a cambiare i modi di dire, e quindi di pensare di una nazione, e lo fa in maniera definitiva... Se diciamo "fantozziamo" sappiamo a cosa ci si riferisce; quando usiamo le iperboli parliamo come Villaggio ci ha insegnato. Lui sì che meritava il Nobel!».

Il personaggio letterario di Fantozzi nasce alla fine degli anni Sessanta, su L'Europeo, poi conquista il primo volume nel 1971 e il cinema nel 1975. Qual è il segreto che lo rende così vivo e attuale ancora oggi?
«È l'origine, ovvero quel gran genio che è stato Paolo Villaggio. Purtroppo lui ha avuto la sfortuna di essere stato un grandissimo attore comico - e questo ha messo in ombra il grandissimo scrittore che era. Da comico, so che far ridere sulla pagina scritta è la cosa più difficile: non hai la faccia, né la voce o l'inquadratura. Riuscire a far ridere fuori dalla tua contemporaneità, a distanza di oltre 50 anni, vuol dire che la tua capacità è veramente al di fuori della media. Era veramente il Dostoevskij della comicità».

Restando in tema di autori russi, Villaggio racconta di quando il grande poeta e romanziere Evgenij Evtušenko lo lodò pubblicamente, di fronte all'establishment letterario italiano...
«Se pensiamo a lui come modello di scrittura, non è che abbia vinto il premio Gogol' per caso. I suoi racconti ricordano "Il cappotto" e tutta quella grande letteratura. I grandi scrittori russi parlano di loro stessi come dei poveri sfigati, alle prese con un nemico che li sovrasta e li schiaccia. Chi è, quindi, più russo di Fantozzi?».

Oggi siamo nell'era dei social e Fantozzi ha ancora tantissimo da dire.
«Lo è perché parte da una scrittura formidabile e poi perché parte da un modello che, purtroppo, è sempre attuale: il perdente. Oggi chi è più perdente di chi fa finta continuamente di essere un vincente? I suoi colleghi s'illudono di evadere dalla loro situazione culturale. Fantozzi no, lui sa perfettamente chi è e non finge di essere un altro. Come dicevamo all'inizio, lotta ugualmente perché non si vuole arrendere e perché, tutto sommato, è invincibile come quello scarafaggio che, si dice, è in grado di sopravvivere alla bomba atomica».

C'è un frammento dello spettacolo che ha un significato speciale?
«Sia io che Davide Livermore, quando ci siamo incrociati per la prima volta, abbiamo citato un inedito: quello in cui Fantozzi vola. È qualcosa di molto poetico e molto, molto denso di significato. Quando lo faccio in scena, circondato per larga parte dai miei colleghi, mi sembra di essere un tuffatore e di vivere quel senso di sospensione, poco prima del salto. Tutte le sere mi lascia un'emozione particolare».

Dovendo spiegare Fantozzi a un adolescente, che incontra questa maschera per la prima volta, da dove gli consiglierebbe di partire? Dai romanzi, dai film, oppure da teatro?
«Non c'è che l'imbarazzo della scelta. Purtroppo i nativi digitali fanno molta fatica a essere concentrati per più di 10 secondi, a meno che non gli sequestri il telefono. Allora la speranza è di portarli a teatro, per far loro vedere uno spettacolo di una grande atmosfera metafisica. Questo potrebbe invogliarli a conoscere anche il Villaggio dei libri. Quello del cinema probabilmente lo conosceranno, l'avranno visto in televisione o qualche pezzo sui social. È capitato un ragazzino di 11 anni che non era mai stato a teatro e che la madre ha costretto con la forza a venire al nostro spettacolo. È uscito entusiasta, con la voglia di ritornarci, a teatro. Questa è la più grande soddisfazione che si possa provare. Vuol dire che, allora, forse un po' di speranza ancora c'è».

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