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Dadò scagionato dall’accusa di denuncia mendace, resta la falsa testimonianza

La questione ruotava attorno al Caso Ermani e la presunta ricezione anonima di foto discutibili, legate all'ex giudice.
TiPress
Fonte RED
Dadò scagionato dall’accusa di denuncia mendace, resta la falsa testimonianza
La questione ruotava attorno al Caso Ermani e la presunta ricezione anonima di foto discutibili, legate all'ex giudice.

BELLINZONA - Il granconsigliere e presidente del Centro Fiorenzo Dadò è stato scagionato dall’accusa di denuncia mendace. Resta invece l'ipotesi di falsa testimonianza per la quale è stato emanato un decreto d'accusa. Lo comunica questa mattina il Ministero pubblico.

La questione giuridica ruotava intorno al caso Ermani, la situazione venutasi a creare nel corso del 2024 al Tribunale penale cantonale. Riguardano, in particolare, l'asserita ricezione, da parte dello stesso granconsigliere, di una missiva priva di mittente, con allegata documentazione fotografica, in seguito condivisa con la Commissione giustizia e diritti.

La pena per il reato di falsa testimonianza, proposta da parte del procuratore generale Andrea Pagani, titolare del procedimento penale, è di 120 aliquote giornaliere da 200 franchi ciascuna (sospese condizionalmente per un periodo di prova di due anni) più una multa (1'000 franchi) e il pagamento delle spese giudiziarie.

Come anticipato in apertura, nell'ambito del medesimo procedimento è stato emanato un decreto d'abbandono in relazione all'ipotesi di reato di denuncia mendace. L'addebito si riferiva alla consegna, nel settembre 2024, alla Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio, di un'asserita lettera anonima riguardante la situazione venutasi a creare al Tribunale penale cantonale. «Sulla scorta di un'attenta ricostruzione dell'accaduto e degli interrogatori svolti, non è risultato adempiuto l'elemento soggettivo del reato ipotizzato, che impone la presenza di dolo diretto», ha spiegato il Ministero pubblico.

La reazione del partito - Il Centro ha preso atto dell’emanazione del relativo decreto di accusa e ha ribadito, «un punto già sollevato fin dall’inizio di questa vicenda, ossia la necessità di adottare gli strumenti adeguati per garantire ai rappresentanti politici eletti, di portare all’attenzione delle autorità competenti situazioni meritevoli di chiarimento, assicurando così una reale tutela delle fonti e un equilibrio rispetto alle conseguenze giuridiche da parte del segnalante».

E ancora: «Il nostro Presidente ribadisce di avere agito, nelle circostanze oggetto del Decreto, nella più totale buona fede, con l’unico intento di tutelare la fonte. La scelta di segnalare elementi su cui è opportuno fare chiarezza, rientra pienamente nel ruolo di responsabilità politica di chi rappresenta i cittadini e agisce nell’interesse della collettività».

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