Tio/Tipress
Jean-Jacques Schrämli, comitato esecutivo di Banca Arner
LUGANO
10.01.2019 - 06:050
Aggiornamento : 09:30

Nozze e nuovo nome per Arner. «Uniamo le forze con Ginevra»

La banca si fonde con GS Banque, puntando su innovazione e nuovi mercati. Nel breve una diminuzione del personale. «Ma l’obiettivo è crescere e consolidarsi» spiega il COO Schrämli

Se non è un vento di primavera, perché i rigori dell’inverno sulla piazza finanziaria ticinese persistono tuttora, a Lugano tira comunque aria di novità e ringiovanimento. Una delle banche più conosciute, affacciata sul salotto buono dei grandi istituti di credito, ha scelto la via della fusione. Banca Arner si unirà alla ginevrina GS Banque nel corso di questo primo trimestre. Si tratta delle “nozze” fra due realtà gemelle (da un lato Arner con le famiglie Schrämli, Del Bue e Sciorilli Borrelli, dall’altro GS con la famiglia Pennone). Concretamente una risposta al fatto che dal 2000 è sparito oltre il 30 per cento degli istituti bancari con sede in Svizzera. E allora, di fronte alla rapida evoluzione degli scenari, si risponde aggregandosi: la nuova banca gestirà un patrimonio di 2 miliardi di franchi con un capitale proprio di 30 milioni. Gli uffici operativi rimarranno a Ginevra e Lugano, dove sono previsti - momentaneamente e nel breve - alcuni tagli.

L’obiettivo è anche puntare su una maniera più “moderna” di fare banca?

«Certamente. Io ho 32 anni - dice Jean-Jacques Schrämli, COO e membro del Comitato esecutivo di Banca Arner - e giovane è anche Grégoire Pennone (CEO di GS Banque, ndr). Entrambi abbiamo voglia di rivedere l’attività bancaria in chiave moderna e online».  

Da cosa è maturata la decisione di fusionare?

«Le ragioni sono molteplici. Da un lato la GS Banque è una realtà con cui interagiamo da tempo. Per cui si è analizzato come collaborare meglio. Ci offriamo a una clientela che è molto simile. Noi miriamo al mercato ticinese, italiano e dell’Est europeo, GS a quello romando e del Sud America. Oltre al nocciolo duro e storico abbiamo selezionato una serie di paesi emergenti cui offrire il nostro servizio di private banking».

Cos’altro vi accomuna?

«Il fatto di avere, entrambe le banche, radici in una realtà familiare. Inoltre ci unisce l’avvenuto trapasso generazionale. Abbiamo molti punti di contatto e pensiamo che un consolidamento tra le piccole banche elvetiche sia necessario. Anche di fronte al quantitativo di regolamentazioni e oneri che occorre sostenere. Con questa operazione saremo in grado anche in futuro di offrire un servizio di qualità ai clienti».

Nel breve termine è però prevista una riduzione del personale. Di che numeri si parla?

«Per poter garantire un futuro all’Istituto e degli investimenti nel settore è necessario fare alcuni sacrifici iniziali su quelli che possono essere i doppioni tra Lugano e Ginevra. Alcuni dipendenti, si parla al massimo di una decina di persone, saranno toccati da queste misure. Siamo in stretto contatto con l’Associazione svizzera dei dipendenti bancari».

E in ottica futura?

«L’obiettivo è di avere successo in quello che faremo. La prospettiva di crescita è che il 40% della nuova banca (con a regime una cinquantina di dipendenti, ndr) sia stanziato a Lugano. Fornire dati su possibili assunzioni è un po’ prematuro. La priorità oggi è che i nostri collaboratori abbiamo un posto solido e con delle buone prospettive per il futuro».

Dieci anni fa Arner è stata al centro di polemiche. Cambierete nome anche per questo?

«No, avremmo altrimenti potuto farlo subito. Rilevo che nessuno ricorda che uno dei maggiori istituti elvetici è stato salvato dalla Confederazione. Noi per anni non abbiamo creato contenuto online e vecchie informazioni restano perciò sui motori di ricerca. Arner ne è uscita senza sanzioni. Il cambio di nome è legato oggi a un cambiamento reale, ma anche al fatto che l’azionariato delle due banche sarà in pratica alla pari. Nessuno dei due precedenti nomi poteva prevalere».

Come vi chiamerete?

«Lo annunceremo a marzo. Anche perché la scelta del nome è ancora oggetto di un brain storming che coinvolgerà anche numerosi dipendenti».

Dall’epoca d’oro della piazza bancaria svizzera sono passati dieci anni. Oggi si può dire che il peggio è alle spalle?  

«Oggi vedo tantissime opportunità in questo mercato che ormai ha assorbito l’idea della trasparenza fiscale e dello scambio automatico di informazioni. Emerge in maniera chiara che ci sono valori del private banking svizzero che vanno oltre questi aspetti, come la professionalità, il servizio valorizzante offerto e la stabilità del Paese. Si avverte un interesse rinvigorito dall’estero verso le banche svizzere».

TIO/20M/Giordano
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