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CANTONESe il crimine ticinese finisce esposto in vetrina

03.10.23 - 06:30
Un 51enne e un 80enne saranno presto processati per truffa e appropriazione indebita. Avrebbero orchestrato una truffa da 1,4 milioni.
Dan Diffendale - Flickr (2014)
Le statue esposte al Metropolitan Museum di New York
Le statue esposte al Metropolitan Museum di New York
Se il crimine ticinese finisce esposto in vetrina
Un 51enne e un 80enne saranno presto processati per truffa e appropriazione indebita. Avrebbero orchestrato una truffa da 1,4 milioni.

LUGANO - Hanno misteriosi, e forse loschi, legami con il Ticino le due statue dell’epoca romana che da anni si possono ammirare al Metropolitan Museum di New York. Tant’è che le opere, raffiguranti due bambine che cercano di acciuffare delle pernici, saranno al centro del processo che avrà luogo il prossimo 24 ottobre alle Assise correzionali di Lugano.

Stando a quanto appreso da Tio/20minuti ed emerso dalle indagini del Ministero pubblico, i due imputati, un 51enne del Mendrisiotto oggi domiciliato a Dubai e un 80enne italiano a lungo vissuto nel Luganese, hanno infatti ingannato uno spagnolo impossessandosi delle suddette statue, che erano di sua proprietà, per un importo complessivo che sfiora gli 1,4 milioni di franchi. Entrambi sono accusati di truffa e appropriazione indebita.

L’intricata storia, che in Ticino ha importanti ramificazioni, inizia nel 2007 a Lora del Rio, in Andalusia. L’oggi 80enne induce la vittima a vendere le statue, sostenendo che potevano avere un immenso valore. I due, così, stringono un accordo: i bronzi dovevano essere restaurati a spese dell’italiano e l’importo incassato dalla vendita sarebbe stato ripartito a metà. Peccato, però, che le cose sarebbero andate molto diversamente.

Un'eredità momò - Secondo la pubblica accusa, l’italiano avrebbe fatto restaurare clandestinamente le statue per poi trasportarle, nel 2012, presso l’abitazione del 51enne, nel Luganese. Ed è proprio allora che gli imputati avrebbero gettato le basi della maxi truffa. I due avrebbero infatti creato una falsa genealogia delle opere, allestendo una documentazione fittizia volta a farle risultare di proprietà esclusiva del ticinese. L’uomo, secondo la loro versione, avrebbe infatti ricevuto i bronzi in eredità dal defunto nonno, un macellaio del Mendrisiotto, che a sua volta li avrebbe avuti in dono dal noto collezionista ticinese, anch’esso deceduto, Giovanni Züst.

Grazie alla documentazione fittizia, nel dicembre del 2012 i due sono poi riusciti a vendere le statue, per ben tre milioni di dollari, alla celebre casa d’aste Christie’s. L’acquirente finale le ha infine prestate al Metropolitan Museum di New York, dove tuttora sarebbero esposte.

Messaggi sospetti - A instillare seri dubbi sulla veridicità del fil rouge ticinese, e quindi della documentazione fornita a Christie’s, ci sarebbero però, stando all’atto d’accusa, molteplici elementi. Particolarmente compromettenti, oltre a varie foto dei bronzi scattate all’interno della casa dello spagnolo, sono diversi messaggi scambiati tra il ticinese e il figlio dell'oggi 80enne.

«Züst ha vissuto a Rancate [...] ed era contemporaneo dei tuoi nonni [...]. Magari si può costruire qualcosa su questa base», scrive infatti il figlio dell'italiano, nell’aprile 2012, al ticinese. «Mio nonno aveva la macelleria di fronte a casa sua. [...] Ma anche se fosse che si conoscevano eccetera, come si può provare..cosa di può dire?..come se io dicessi che conosco Obama..», risponde il ticinese. «A volte basta farlo dire a qualcun altro..devo studiarci su..ti farò sapere!», replica infine il figlio dell'italiano.

Scavi clandestini e traffici di opere d'arte - A gettare ulteriori ombre sulla vicenda sono poi i precedenti dell’italiano. Stando al quotidiano La Repubblica l’uomo era infatti stato arrestato nel 2001 perché sospettato di essere il capo di un'organizzazione di trafficanti di reperti archeologici scoperta in sei regioni italiane. L’indagine ha portato a un sequestro di reperti pari a 36 milioni di euro e al fermo di 37 persone.

Come riportato in una ricerca dell’Università di Ginevra, l'uomo era inoltre precedentemente stato indagato in merito allo scavo abusivo e l’esportazione illecita della famosa Dea di Morgantina. Sarebbe infatti stato proprio lui, nel 1978, ad acquistare la statua dopo che era stata trafugata in uno scavo clandestino siciliano da una squadra di tombaroli. Il trafficante avrebbe poi portato l’opera in Svizzera, vendendola a un collezionista ticinese che è poi stato condannato per ricettazione. Quest’ultimo l’ha rivenduta a un celebre commerciante d’antichità che l’ha infine ceduta, per 18 milioni di dollari, al J. Paul Getty Museum di Los Angeles. La statua fu poi confermata essere rubata e venne restituita all’Italia nel 2007.

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