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CANTONE/CONFINE
16.05.2021 - 17:030
Aggiornamento : 18:54

In mutande in dogana, commercianti in protesta a Ponte Tresa

Il malcontento viene dall'obbligo di presentare un test, mantenuto anche per i vaccinati, per entrare in Italia.

I negozianti: «Non staremo a guardare, qui si gioca il futuro di tante famiglie».

LAVENA PONTE TRESA - Sono sempre di più i vaccinati in Ticino. Secondo l’ultimo aggiornamento, equivalgono ora al 15,3% della popolazione. Per entrare in Italia senza pensieri, però, ancora non basta. E nemmeno il certificato di guarigione dalla malattia. Sì, perché secondo l’ultima ordinanza firmata dal Ministro della Salute italiano Roberto Speranza, per entrare nel Belpaese, anche solo per qualche ora, è comunque necessario presentare un tampone negativo effettuato nelle 48 precedenti. E i commercianti di confine non ci stanno.

In mutande - Ieri pomeriggio i negozianti della zona si sono letteralmente messi in mutande davanti alla dogana, in segno di protesta. Il proprietario di un negozio di calzature di confine, Tommaso Giudici, interpellato dal quotidiano La Provincia di Como, non ha nascosto la sua frustrazione: «Siamo tutti molto arrabbiati e delusi. Impedire l’accesso in Italia a chi è stato vaccinato o a chi è guarito dal Covid nei sei mesi precedenti significa mortificare ulteriormente decine di attività che da mesi non vedono un cliente ticinese». Sì, perché per queste persone il via vai tra Svizzera e Italia è di importanza vitale: «Non staremo a guardare, perché qui si gioca il futuro di tante famiglie. Faccio notare che in vista dello stop alla mini-quarantena alcuni di noi si erano già organizzati, ordinando merce in vista dell’atteso ritorno dei clienti ticinesi. Ma l’obbligo di tampone e il contemporaneo stop all’ingresso dei vaccinati rimescola di nuovo le carte. È l’ennesima beffa verso territori, quelli a ridosso dei valichi, dimenticati da mesi».

Una follia - Della stessa idea anche il Presidente dell’Associazione italiana Comuni di Frontiera, Massimo Mastromarino: «Siamo alla follia. È semplicemente aberrante che all’interno della stessa norma, si consideri valido un certificato relativo a un tampone negativo e non un certificato di vaccinazione o di avvenuta guarigione».

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