Tipress - Pablo Gianinazzi
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LOCARNO
03.05.2020 - 17:420
Aggiornamento : 21:33

«Vedere quei corpi muoversi al ritmo dei respiratori mi ha scioccato»

Il fotografo Pablo Gianinazzi nei reparti covid de La Carità: «Ho visto al lavoro solo professionisti calmi e precisi»

LOCARNO - Il 16 marzo scorso, l’Ospedale La Carità di Locarno veniva interamente trasformato nel primo ospedale Covid-19 della Svizzera, ospitando 30 letti di cure intense e 180 letti di cure generali e passando da turni di 8 ore a turni di 13 ore. A fissare in immagini la battaglia che tutt’ora si combatte tra quelle mure ci ha pensato l’occhio esperto di Pablo Gianinazzi, fotografo di Tipress già premiato nel 2019 per il suo reportage sul viaggio dei migranti attraverso le Alpi, che nella struttura di Locarno ha trascorso alcuni giorni.

«Sono andato lì al mattino presto - racconta -. Per tagliare la testa al toro sono entrato direttamente nel reparto di cure intensive. Lì la gente è addormentata, in coma indotto, intubata o con la “tracheo”. La cosa che mi ha più impressionato all’inizio è stata il rumore dei respiratori combinato al movimento del petto dei degenti, a ritmo con i macchinari. È un qualcosa a cui non siamo abituati. L’ho trovato scioccante. Mi ci sono volte un paio d’ore per abituarmici». 

Cos’altro hai notato inizialmente?
«Tutte queste persone sono per la maggioranza uomini, over 50/55, e quasi tutti sovrappeso. Ad occhio e croce, non ce n’era uno sotto i 90 chili. Ed erano tutti nudi, coperti praticamente solo da una copertina».

Immagino sia per agevolare le operazioni del personale sanitario
«Sì, un lavoro costante e per niente facile. Queste persone vengono regolarmente girate pancia in giù per facilitarne la respirazione. E per farlo ci vogliono fino a 5 o 6 infermieri. D’altra parte se non riescono più a respirare bisogna intervenire con la tracheo. Il personale passa quotidianamente per pulire questi corpi inermi, attaccati a un catetere e a un respiratore. Ho visto un infermiere fare la barba a un paziente per evitare le piaghe da decubito, una delle conseguenze dell’immobilità prolungata. Altri si occupavano della fisioterapia. Un lavoro praticamente no-stop nell’arco della giornata».

C’è da ipotizzare che qualcuna delle persone che tu hai incrociato non ce l’abbia fatta…
«Per mia fortuna non ho visto nessuno morire davanti ai miei occhi. Mi sono trovato di fronte a un arresto respiratorio e ho assistito in diretta a una tracheotomia d’urgenza. Per un “pivello” come me è stata un’esperienza forte. Si è trattato di una persona che per un paio di giorni ha combattuto. Hanno fatto di tutto per tenerlo in vita. Al terzo giorno ho trovato che quel letto era occupato da qualcun altro. Mi hanno spiegato che il paziente era andato “al piano di sotto”. Lì ci sono le celle per le salme, mentre al piano superiore i pazienti che migliorano e si svegliano. Quell’assenza, mi ha lasciato un profondo senso di vuoto». 

C’è qualcosa che invece ti ha commosso, ma in positivo?
«Un vecchietto, avrà avuto sugli 80 anni. Ha combattuto per diversi giorni fino a che ha iniziato a stare meglio. A quel punto l’hanno svegliato. Con il tubo in gola faceva fatica a parlare, ma si vedeva che cercava di comunicare. Allora gli è stato messo in mano un block-notes. Ha chiesto di sua moglie. In una delle mie foto si vede il suo braccio, mentre scrive. Gli è stato risposto che per precauzione non poteva vederla in quel momento. Lui si è commosso, poi ha ricominciato a sentirsi poco bene e l'hanno dovuto riaddormentare. In realtà sua moglie era intubata a sua volta. Qualche giorno dopo ho saputo che era stato portato al piano superiore. Insomma, stava meglio. E la moglie l’avevano già dimessa». 

Che sensazioni ti ha lasciato questa esperienza?
«Più che sensazioni ho capito l’importanza della sicurezza. Io a casa ho una compagna e un bambino. E ho genitori che hanno la stessa età delle persone che ho visto ricoverate. Non prendo sotto gamba la situazione».

Non hai temuto per la tua incolumità?
«Al secondo giorno, durante un intervento, c’è stato un momento in cui hanno detto che il virus era più probabile che si potesse propagare attraverso l’aria. Lì ho avuto un po’ di paura. Però sono momenti, poi cerchi di non pensarci e vai avanti». 

Che impressione ti ha fatto vedere persone che lavorano quotidianamente a contatto tra la vita e la morte?
«Alla Carità sicuramente non è una situazione facile, è delicata sotto tanti punti di vista e ti trovi a contatto con persone che fanno turni di 13 ore, tuttavia non ho visto mai nessuno perdere il controllo. Non ho visto persone agitate, o in preda a crisi di pianto. Erano tutti professionisti che lavoravano in maniera calma, precisa, collaborando. C’era molta complicità e sostegno da parte di tutti. Tanto che quando sono tornato a casa ho detto a mia moglie che se mi fosse successo qualcosa, essere ricoverato lì... mi sarebbe andato bene».

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