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LUGANO

Quindici nuovi posti di lavoro liberi: ma ecco chi può davvero candidarsi

Si cercano guardie carcerarie. E tra pochi giorni scade il bando di concorso. Il "mestiere" spiegato da Stefano Laffranchini, direttore delle strutture penitenziarie ticinesi.
Ti-Press (archivio)
Una veduta panoramica aerea del carcere La Stampa.
Quindici nuovi posti di lavoro liberi: ma ecco chi può davvero candidarsi
Si cercano guardie carcerarie. E tra pochi giorni scade il bando di concorso. Il "mestiere" spiegato da Stefano Laffranchini, direttore delle strutture penitenziarie ticinesi.

LUGANO - Si cercano agenti di custodia. Detto in altri termini, guardie carcerarie. E il bando di concorso dovrebbe scadere tra pochi giorni, il 31 marzo. Tante le persone che hanno partecipato alla serata informativa svoltasi di recente a Rivera. Ma chi davvero si può candidare? E quali sono veramente i profili interessanti? Ma soprattutto come funziona il "mestiere"? «Non è una professione per tutti. Anzi», sostiene Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie cantonali.

E allora parliamone. Cosa serve per essere un buon agente di custodia?
«Al di là dell'avere una formazione di base (in qualsiasi ramo, ndr) e del non avere precedenti penali, contano soprattutto gli aspetti caratteriali. Bisogna sapere gestire le emozioni. Capire quando il detenuto ha bisogno di sostegno e allo stesso tempo mantenere una distanza».

Niente amicizie dunque?
«No. Empatia e disposizione all'ascolto sì però. Non cerchiamo freddi robot».

L'età massima per candidarsi alla formazione è 48 anni. Un'età elevata rispetto ad altre professioni nel ramo della sicurezza.
«Abbiamo bisogno di persone che abbiano già maturato determinate esperienze di vita. Il carisma arriva col passare degli anni, col vissuto».

La formazione di base si svolge sull'arco di otto mesi. E si è stipendiati.
«Esatto. Cinque mesi di teoria. Tre mesi di pratica tra Stampa e Farera. In seguito vi è un incarico di sei mesi. Se funziona, la persona viene poi assunta. E da lì in poi ha tempo sei anni per frequentare un corso di complessivamente quindici settimane nel Canton Friborgo».

Formazione ben pagata. Ma che succede se uno subito dopo gli otto mesi di scuola si ricicla in altri settori?
«Una volta completata la scuola, noi vincoliamo le persone. Se uno lascia dopo gli otto mesi, paga una penale di 20'000 franchi. Penale che scala progressivamente per esaurirsi dopo quattro anni. Diverso il discorso se uno dopo poche settimane dall'inizio della scuola capisce che non è la sua strada. Ma è rarissimo».

Perché rarissimo?
«Perché prima le selezioni sono già molto rigide. Al 99,9% una persona che inizia la scuola diventa agente di custodia».

Si dice che il bando di concorso potrebbe essere prolungato oltre il 31 marzo. Sono arrivate poche candidature?
«Non è quello il discorso. Intendiamo prolungare il concorso perché vogliamo allestire una classe davvero competitiva. Dobbiamo formare una quindicina di nuovi agenti di custodia. E desideriamo le candidature migliori possibili».

Qual è il primo impatto che un agente di custodia ha quando incontra un carcerato?
«Si fa mille domande. Anche esistenziali. A volte il confine tra il bene e il male è labile. Quasi subito ci si rende conto che si hanno di fronte delle persone, non dei mostri».

Lei, personalmente, che rapporto ha coi detenuti?
«Umano, direi. Quando vado nelle varie sezioni, mi invitano a bere un caffè nelle loro cucinette».

E di cosa parlate?
«Di tutto. Della situazione politica. Di vissuti personali. Di calcio».

Per una guardia carceraria cambia la percezione del detenuto a seconda della gravità del reato commesso?
«Dobbiamo imparare ad astenerci dal giudizio. Apprendere a non giudicare è un esercizio molto difficile».

Ti-Press (archivio)Stefano Laffranchini cammina all'interno di una struttura carceraria.

In Svizzera il carcere dovrebbe aiutare i detenuti a reinserirsi nella società. Che ruolo ha in questo la guardia carceraria?
«I detenuti molto spesso provengono da ambienti in cui vige la legge del più forte. L'agente di custodia è testimone di un eventuale processo di riscatto e maturazione dell'individuo. E anche del suo percorso di risocializzazione. La guardia carceraria rappresenta l'istituzione. E la prima cosa che deve tornare a fare un detenuto è riporre rispetto e fiducia nelle istituzioni».

Ci si può affezionare a un detenuto?
«Sempre con le dovute proporzioni. Quando un detenuto lascia il carcere per tornare alla vita normale, può subentrare una certa nostalgia. Allo stesso tempo si ha magari la soddisfazione di avere contribuito alla rinascita di questa persona».

In carcere ci sono anche momenti di tensione. Quanto un agente di custodia deve sapere usare la forza fisica?
«Ogni tanto si verificano disordini. E la guardia carceraria deve essere in grado di intervenire o per legittima difesa o per difendere terze persone. Nell'immediato. Poi per interventi più delicati abbiamo personale specializzato».

Con quale cadenza si verificano episodi di grave violenza?
«Abbiamo circa 260 detenuti. Con questo numero dovremmo aspettarci quindici episodi di grave violenza all'anno. Ne contiamo invece due o tre. Questo anche grazie agli agenti di custodia che in una struttura relativamente piccola riescono a captare i problemi in anticipo».

Agenti di custodia come antenne?
«Anche. Non dimentichiamoci poi che noi verso violenza, droga o altre questioni abbiamo un grado di tolleranza pari allo zero. I detenuti sanno che se sgarrano rischiano di vedersi prolungare la pena, togliere i privilegi ed emarginare dal resto della popolazione carceraria».

A proposito di emarginazione, ci sono anche detenuti in isolamento. Come si comporta la guardia carceraria in quei casi?
«Abbiamo circa una decina di detenuti in isolamento. Ed è chiaro che queste persone devono essere trattate in modo un po' diverso. Ad esempio a relazionarsi col singolo detenuto solitamente sono tre guardie alla volta».

Curiosità: quanti sono gli agenti di custodia complessivamente a vostra disposizione?
«Questo è un dato confidenziale. Si può dire che i collaboratori delle strutture carcerarie, personale amministrativo e altri ruoli inclusi, sono circa 200».

La sorveglianza del carcere deve essere coperta per 365 giorni all'anno, 24 ore su 24. Questo implica anche la capacità di lavorare di notte...
«Cosa tutt'altro che evidente. Più si invecchia tra l'altro, più è difficile lavorare a turni. La notte comunque ha un lato affascinante. È piena di rumori strani. Devi stare attento e vigile».

Nessuno spazio per rilassarsi col buio, insomma.
 «C'è di buono che alla Stampa abbiamo tutte celle singole quindi i detenuti sono immuni da risse notturne. Alla Farera invece ci sono anche celle con più persone. Detto questo, la notte può essere veramente impegnativa. Ad esempio con detenuti che scompensano. Ancora una volta la gestione delle proprie emozioni fa la differenza per potere superare i momenti più delicati».

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