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Salvo per pochi millimetri: «Una scheggia mi ha trapassato il collo»

La disavventura del paramedico ticinese Giacomo Della Pietra in missione in Ucraina. «La sindrome da stress post-traumatico? È un conto che si presenta con calma, ma che prima o poi arriva».
Salvo per pochi millimetri: «Una scheggia mi ha trapassato il collo»
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Salvo per pochi millimetri: «Una scheggia mi ha trapassato il collo»
La disavventura del paramedico ticinese Giacomo Della Pietra in missione in Ucraina. «La sindrome da stress post-traumatico? È un conto che si presenta con calma, ma che prima o poi arriva».

SAVOSA - Il ronzio che cresce, un’ombra che si allunga, poi l’esplosione improvvisa. Nella sequenza dell’attacco di un drone kamikaze russo, raccontata dal paramedico ticinese Giacomo Della Pietra, ospite dell’ultima puntata di TioTalk, emerge un aspetto spesso trascurato: ciò che succede subito dopo.

Adrenalina e paura non riguardano solo la ferita al collo, che per pochi millimetri non si è rivelata fatale. Dopo aver sfidato (e vinto) la sorte, nel racconto di Giacomo sono soprattutto i momenti successivi all’attacco a restare impressi, quando occorre reagire con lucidità e fermezza.

«Nella prima fase, quando l’adrenalina è ancora alle stelle, bisogna mettersi subito al riparo. Noi siamo riusciti rapidamente, nonostante le ferite, a trovare rifugio in un bosco». I droni kamikaze, infatti, non agiscono mai da soli: sono affiancati da un drone di ricognizione.

Un rifugio nel bosco - Accovacciati tra le foglie, il ronzio del drone si confondeva con i suoni della natura, creando un sottofondo tanto fastidioso quanto angosciante. «Ci stavano cercando, li sentivamo. Volevano capire dove ci fossimo nascosti».

Il veicolo della missione era stato danneggiato, rendendo la fuga ancora più complicata. «Abbiamo dovuto elaborare una strategia: siamo rimasti nascosti per tre ore. Poi siamo riusciti a sostituire la ruota del furgone e, quando abbiamo capito che non ci cercavano più, siamo tornati verso il centro abitato».

Una scheggia quasi fatale - Giacomo è rimasto gravemente ferito da una scheggia che gli ha trapassato il collo. «Per pochi millimetri non ha colpito vasi sanguigni vitali né la colonna vertebrale. È stata una grandissima fortuna».

«Non ho mai pensato di non farcela, perché ero ben preparato ad affrontare queste situazioni. Sapevo esattamente dove mi trovavo e quale direzione avrei dovuto prendere. Tuttavia, l’incertezza e la paura di essere colpiti di nuovo sono state difficili da gestire».

Stress post-traumatico - L’episodio, avvenuto nel maggio 2024 nei pressi di Vovčans'k durante una missione di evacuazione, ha lasciato strascichi psicologici forse inaspettati per chi si credeva ormai abituato alla guerra. Giacomo opera da anni in contesti considerati “caldi”: prima in Israele, dove ha seguito un corso antiterrorismo, e poi in altri teatri operativi.

«La sindrome da stress post-traumatico è un conto che si presenta con calma, ma che prima o poi arriva. Quando sono rientrato ho deciso subito di affrontarla con l’EMDR, una metodologia per l’elaborazione del trauma».

L'aiuto dei colleghi - Un passo che, però, non è bastato. «Quando sentivo i fuochi d’artificio, la mente tornava immediatamente all’esplosione. Anche l’odore di bruciato riaccendeva la paura di quei momenti. Non erano sensazioni che mi impedivano di vivere, ma lasciavano una costante inquietudine».

Un supporto fondamentale è arrivato anche dai colleghi, grazie ai quali Giacomo è riuscito a superare l’evento e a tornare in missione in Ucraina nei mesi successivi. «Quando ho iniziato a raccontare ciò che provavo dopo l’attacco, hanno riconosciuto subito i segnali tipici del post-trauma. Parlandone con loro, ho capito che dovevo rivolgermi a uno specialista».

Guarda l'intervista integrale e gli altri episodi di TioTalk su Tio.ch, oppure sul nostro canale YouTube.

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