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«Io, madame Iféz, 96 anni, vi racconto com'era il Salone di Ginevra»

LUGANO«Io, madame Iféz, 96 anni, vi racconto com'era il Salone di Ginevra»

19.06.24 - 06:30
Di origini luganesi, trovò il suo primo impiego alla riapertura - dopo il periodo bellico - della celebre esposizione di auto: era il 1949
Foto Davide Giordano
«Io, madame Iféz, 96 anni, vi racconto com'era il Salone di Ginevra»
Di origini luganesi, trovò il suo primo impiego alla riapertura - dopo il periodo bellico - della celebre esposizione di auto: era il 1949

LUGANO - Charme. È un termine che ama far circolare sul tracciato della conversazione ed è anche quello di cui si circonda nella sua bella casa luganese fra quadri antichi, suppellettili curati e fotografie di una vita. Vita, la sua, avviata - con la connivenza di una invidiabile longevità - a tagliare il traguardo di un intero giro di secolo.

Madame Iféz, luganese, e il primo lavoro al Salone dell'auto di Ginevra nel 1949 - Quando aveva 20 anni, madame Iféz (che oggi ne ha 96 portati benissimo), si trovava a Ginevra proprio nel momento in cui - passata nel resto d'Europa la furia della guerra - il mondo tornava alla vita anche nella neutrale Svizzera.

E nella città più internazionale del Paese, questo ritorno alla normalità significò anche la riapertura del Salone dell'auto: è proprio lì che Iféz riuscì a trovare il primo impiego della vita.

«Quando ho sentito che il salone chiudeva per sempre i battenti mi si è stretto un po' il cuore - confida - perché nel Quarantanove, quando riaprì, io ero lì, nella sala stampa. A quel tempo trovare dei giovani che sapessero le lingue era cosa rara e io ero stata prescelta proprio per questo: avevo completato il mio ciclo di studi e nel medesimo tempo feci un corso di stenodattilografa. La Camera sindacale delle automobili era alla ricerca di una figura come la mia e così cominciai. Era il mio primo lavoro».

Svolge il suo impegno lavorativo con abnegazione, attorniata da una variegata umanità, dalle personalità istituzionali ai magnate dei grandi marchi automobilistici, da Pininfarina a Bertone, e trovandosi immersa in quell'atmosfera luccicante e «piena di charme» sottolinea, dove il concetto di salone combaciava con la sua trasposizione architettonica.

«Un salone vero e proprio pieno di fascino, mica un hangar come quello che poi è diventato» - «Era proprio un salone - ricorda - mica un hangar come quello che poi è diventato, con macchine spettacolose, la sala delle carrozzerie speciali e delle grandi macchine americane piena di cromi che brillavano. Era una festa, insomma. Tutto poi - continua nell'affiorare dei ricordi - era coperto di una moquette rosso-chiaro, l'ambiente luminoso. E gli stand erano pieni di gladioli che erano alti più di un metro, con belle ragazze vicino alle macchine che brillavano». Ragazze non in abitini succinti come quelle che dominano di solito la scena di esposizioni come quella ginevrina, fa presente.

«Le belle ragazze di fianco alle auto? Marketing» - «Io trovo che mostrare tutto non è poi neanche tanto interessante - è dell'idea - sì a quel tempo si vedevano delle ragazze con qualche scollatura ma la gonna arrivava appena sopra il ginocchio. È marketing, attizza gli occhi di chi va al salone ma è interessato a una macchina che guarda, ammira e poi magari acquista da un'altra parte». In quell'edizione assistette anche alla prima comparsa pubblica della Porsche, il cui primo esemplare fu acquistato da una donna.

Da segretaria traduttrice a dirigente Renault - Ma di saloni e del fremito che aleggia su bolidi e pubblico dentro certi padiglioni, Iféz ne farà molti, arrivando a diventare un quadro della Renault: eh sì perché l'impiego con la Camera sindacale durerà solo un anno. «Durante la prima edizione, ricevetti sette offerte di lavoro dalle case automobilistiche - racconta - e scelsi la Renault. Cominciai da segretaria traduttrice, per poi arrivare a diventare una dirigente. Era un lavoro frenetico, si iniziava alle nove del mattino e si finiva alle 23:00, non si aveva tempo neanche di mangiare, ma ero felice».

Il cliente italiano che non sa l'inglese e in cerca di una macchina americana di cui sbaglia la pronuncia - Un lavoro che l'assorbiva e che la teneva impegnata anche nelle ore della notte che avrebbe dovuto dedicare al riposo. E infatti «una notte non riuscivo a prendere sonno - ricorda - per via di un cliente italiano che allo stand mi aveva fatto il nome di una macchina americana che a me risultava ignota. Era la Houdson, ma quel signore l'aveva pronunciato malamente il termine originale e facendomi menzione di una certa automobile chiamata "udeson" e quindi capisce che era un po' difficile risalire al nome esatto. Ma accompagnata dall'insonnia poi riuscii a capire cosa volesse dire».

La fine della "Belle epoque": charme e storia hanno chiuso i battenti per sempre - Nel '56, dopo il matrimonio, lascia il salone. «Mi son sentita inizialmente persa perché non avevo più un lavoro, lasciavo il mio appartamento, la mia vita - spiega - poi però con mio marito al salone ci sono tornata dopo molti anni, in visita. Oddio, mi sono ritrovata non più in Plaine de Plainpalais ma un po' fuori Ginevra, e in un enorme capannone con i pavimenti di gomma a bolle come negli aeroporti, pieno di ferro, senza charme. Ho detto «no», io non ci vengo più».

Come andrà poi a finire la "Belle Époque" dell'esposizione dell'auto ginevrina è storia delle cronache di questi giorni: i conti da tempo avevano preso una brutta strada, trascinandosi dietro tutto quello charme e pure la sua gloriosa storia, di cui per un decennio madame Iféz è stata in prima persona un'attenta e laboriosa testimone.

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