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CANTONEDaniella che voleva solo fuggire dai suoi aguzzini

12.03.19 - 07:27
L’infanzia in affido a due sadici, la fuga dagli istituti di suore e il ricovero nel vecchio ospedale neuropsichiatrico di Mendrisio. Un libro racconta le vite segnate dalla violenza di Stato
Key/Jos Schmid
Daniella che voleva solo fuggire dai suoi aguzzini
L’infanzia in affido a due sadici, la fuga dagli istituti di suore e il ricovero nel vecchio ospedale neuropsichiatrico di Mendrisio. Un libro racconta le vite segnate dalla violenza di Stato

LUGANO - Fino al 1981 in Svizzera numerosi giovani e adulti vennero internati in istituti perché il loro comportamento e stile di vita erano ritenuti dall’autorità poco conformi alle norme sociali… A togliere il velo su questa violenza autorizzata e poco nota è un libro intitolato “Volti dell’internamento amministrativo” e tra questi volti c’è anche quello della ticinese Daniella Schmidt, 74 anni, che ha raccontato la sua storia. La pubblicazione (la prima di dieci) rientra nell’ambito dell’analisi scientifica promossa dalla Commissione peritale indipendente (Cpi) Internamenti amministrativi che ha organizzato anche una mostra itinerante, da marzo a giugno, in dodici città svizzere (dal 16 al 22 aprile in Piazza del Sole a Bellinzona).

Una frusta per Natale - Ecco una sintesi della testimonianza raccolta da Marco Nardone. Nata al Beata Vergine di Mendrisio il 13 giugno 1944 Daniella è figlia di genitori non sposati. Abbandonata dalla madre viene collocata prima dalle suore a Faido e poi data in affido a una coppia svizzero-tedesca nel Locarnese. Castighi e punizioni molto violente accompagnano la sua infanzia: «Mi pestavano - racconta l’anziana -. Se non era la frusta, era il bastone o la cinghia». I due aguzzini erano anche sadici: «Per Natale mi regalavano una nuova frusta di betulla. Ogni anno quello era il mio regalo (...). Il Natale lo detesto ancora adesso. Lo odio!».

La “scheletra” - Le angherie proseguono tra casa e scuola dove per i compagni è «la scheletra». La bambina si barcamena anche per nutrirsi: «Quando si ha fame, si ha una grande furbizia». Coglie e mangia di nascosto la frutta dagli alberi. E poi rovista nella spazzatura: «Mangiavo la buccia di banana, quella dell’arancia. Le ossa delle galline e dei conigli. Le prendevo dalla spazzatura e le mangiavo».

La fuga - Daniella cerca di difendersi come può: «Sono scappata diverse volte dalla paura». A 14 anni, da sola e senza soldi, scappa a Lucerna, dove trova una parente che le vuole bene ed è disposta a tenerla con sé, ma le autorità ancora una volta fanno la scelta sbagliata. Viene rimandata al “Guten Hirten”, un rigido istituto educativo gestito da suore. La giovane non si piega e allora… il tutore ufficiale ticinese prende una decisione che segna la vita di Daniella: il 28 settembre 1960 viene internata nell’Ospedale neuropsichiatrico cantonale.

Rinchiusa a Mendrisio - «Fossi stata malata, arriverei ancora a capire. Ma io non ero malata, non ero pazza. Ero un po’ una ribelle. Ma le ribelli non devi metterle giù là» si sfoga la donna. A Mendrisio la coercizione è la regola:  «Mi hanno legato nel letto», racconta Daniella. A volte completamente nuda, le bloccano le mani, i piedi e la vita. Non può nemmeno girarsi. «Io dovevo farla nel letto, sia pipì, sia il grosso, (…) avevo il mio ciclo, lì, lì, sul letto».

Il ritorno alla vita - L’inferno dura quattro anni ed è  solo per merito del vicedirettore della struttura che non viene sottoposta all’elettroshock e anzi viene dimessa. Ha ormai 20 anni, ma con la maggiore età le sue peripezie non finiscono. Tuttavia riesce a farsi una famiglia e ha due figli. E rifiuta l’idea del tutore: «No, il figlio me lo voglio tenere io. Io non ve lo do nelle vostre mani, con quello che ho patito io». Questa e altre testimonianze nell’ebook all’indirizzo www.uek-administrative-versorgungen.ch.

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