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09.01.2019 - 23:050
Aggiornamento : 11.01.2019 - 16:58

«Escape Room? Le tecnologie ci annullano: c’è voglia di usare il cervello»

Sessanta minuti per uscire da una stanza risolvendo enigmi, è il gioco del momento. Il fenomeno sotto la lente dello psichiatra Michele Mattia

LUGANO - «C’è voglia di rimettersi in gioco, di provare il gusto della sfida, di usare il cervello. Vogliamo risvegliare le nostre capacità, sfuggendo dal potente mondo delle tecnologie, che ci sta annullando». Sono questi i fattori che spiegano il successo delle Escape Room.

Inaugurata lunedì la stanza nella Torre Nera del Castelgrande di Bellinzona, questa è solo l'ultima apertura in Ticino, dopo le sedi di Giubiasco, Lugano e Taverne. Un trend che testimonia il successo di questa attività anche nel nostro cantone.

Su questo fenomeno internazionale abbiamo interpellato il dottor Michele Mattia. «È un ritorno alle origini dell’uomo - spiega lo specialista in Psichiatria e Psicoterapia FMH - a quando ancora doveva sfidare la natura con le proprie sole forze. Cacciatore o guerriero che fosse, doveva usare il proprio istinto e le proprie capacità per sopravvivere».

Chiusi in una stanza, l'obiettivo è uscirne attraverso la risoluzione di una serie di enigmi. Dottor Mattia, da cosa nasce questa esigenza?

«Al giorno d’oggi si sente la necessità di ritornare a usare le proprie capacità intuitive, stimolate nelle Escape Room dai più diversi giochi di logica. Sono attitudini che stiamo perdendo, perché nella quotidianità ci avvaliamo delle tecnologie che “pensano” per noi. C'è un’applicazione per tutto. Vogliamo tornare ad avere una mente attiva».


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Una delle caratteristiche principali è la sfida contro il tempo. Per vincere si hanno a disposizione solo 60 minuti.

«È un elemento che riattiva le capacità di pensiero in una dimensione di allerta, che crea adrenalina. Questo ci permette di affrontare in modo più vigile la prova».

Giochi di logica, tempo… il terzo elemento è il gruppo. Tanto che spesso questa attività viene usata come prova per i Team building.

«Questa esperienza ci stimola a metterci in relazione con i compagni, ci si aiuta, si lavora sullo stesso piano. Una continua collaborazione, come può accadere nella vita quotidiana, si migliora grazie all’azzeramento del personalismo. Via antipatie e simpatie, ognuno ha un ruolo che deve interpretare al meglio per  raggiungere il target comune. C’è una vera e propria costruzione del gruppo se la struttura è fatta bene».


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Possiamo definirla una fuga dalla modernità?

«Senza macchine torniamo ad essere attivi. Agiamo fisicamente. Questi altri mondi che sono le singole stanze, basate sui più diversi temi, sono ricreata per stimolarci dai più diversi punti di vista».

E chi non riesce a stare chiuso in una stanza?

«Chi soffre di claustrofobia non può affrontare questa esperienza. A volte può essere anche l’occasione per scoprirlo. Bisogna avvicinarsi in modo consapevole. Può essere un’esperienza terapeutica se la persona si prepara o ha vicino un compagno capace di essere un supporto positivo».


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