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SVIZZERAL'ombra della schiavitù su quel palazzo “svizzero” per super ricchi a Beirut

23.09.22 - 19:36
Non si placa la polemica per uno stabile di lusso progettato a Basilea e che comprende stanze-prigione per il personale
20 Minuten
L'ombra della schiavitù su quel palazzo “svizzero” per super ricchi a Beirut
Non si placa la polemica per uno stabile di lusso progettato a Basilea e che comprende stanze-prigione per il personale

BASILEA - Ampi locali ariosi strutturati su più livelli, marmo ovunque, accessori di lusso, una piscina e una vista imprendibile sul Golfo. Senza contare l'area esclusiva nel centro cittadino, dove vivono praticamente solo ricchissimi, che rendono questi scintillanti appartamenti milionari un investimento sicuro e duraturo. 

Dietro alla torre residenziale Beriut Terraces - da 130 appartamenti - progettata dalle archistar basilesi Herzog & de Meuron, si cela però un lato oscuro. Quello dello sfruttamento del personale domestico, costretto a vivere in condizioni disumane.

Se le camere, salotti, bagni e cucine godono di una generosa metratura - alcuni arrivano anche a 1'000 mq - lo stesso non si può dire degli alloggi della servitù: stanzette anguste, senza finestre e con una metratura che definire risicata sarebbe un eufemismo.

«Questa è la stanza della servitù, che è anche la loro camera da letto», così un agente immobiliare delle Terraces ha mostrato a una giornalista in incognito di 20 Minuten uno stanzino di circa un metro per due metri, senza finestre convenientemente adiacente alla cucina in un'area però lontano dalla vista degli ospiti. «Ha la luce?», chiede la visitatrice, l'uomo risponde: «Non lo so, forse sì». Alla domanda «ma le finestre?», la replica: «non ne hanno bisogno, lì ci dormono solo, qui è normale così».

A denunciare la situazione, già ad agosto, è stata la Ong Domestic Workers Advocacy Network (Dwan) che tutela i diritti dei dipendenti domestici in tutto il mondo. La notizia aveva poi trovato un'ampia eco sulla stampa svizzera, proprio per la notorietà dei realizzatori.

Alla base della polemica c'è anche il sistema della kafala, una sorta di schiavitù moderna in vigore in alcuni Paesi del Mondo Arabo, nella quale il dipendente - spesso di origini umili e migratorie - fondamentalmente “si consegna” al proprio datore di lavoro. Si tratta di persone che vengono sfruttate lavorativamente parlando, private dei loro diritti più elementari (dal passaporto fino alla possibilità di uscire durante il giorno).

I micro-alloggi per la servitù, disegnate da Herzog & de Meuron negli interstizi dei lussuosi appartamenti, sembrano in qualche modo sponsorizzare la pratica della kafala. La domanda sorge spontanea: ma i basilesi erano a conoscenza che dentro quegli anfratti avrebbero dovuto viverci delle persone? Oppure per loro erano normalissimi sgabuzzini?

«È come essere in prigione», racconta una donna che in quella stanza delle Terraces ci ha dormito, «non si riesce a respirare, e come si fa senza respirare? Per me è una cosa inconcepibile, pensare che qualcuno ritenga che quella sia una stanza in cui deve vivere una persona. Siamo servitù ma non siamo schiavi, siamo esseri umani».

Secondo un attivista del Dwan di Ginevra «gli architetti sapevano perfettamente quel che stavano facendo, loro hanno di fatto fornito una struttura che facilita la schiavitù. Dubito che la cosa li abbia turbati o abbia fatto venire loro qualche scrupolo di coscienza, per loro probabilmente è solo un progetto come gli altri».

Interpellati su più fronte, le due archistar hanno nicchiato preferendo optare per un “no comment”: «Avete incassato? Ora è giusto che partecipiate al dibattito», chiosa l'attivista libanese del Dwan Joey Ayoub che è stato intervistato da 20 Minuten, «qui non si parla di estetica, ma di morale. La questione della kafala è assai complessa e radicata nella società è, appunto, un “sistema”. Spero che con la mia generazione le cose possano cambiare, vedo molto attivisimo e questo mi lascia fiducioso».

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