La Svizzera fa i conti col proprio passato: «Gli yenish furono perseguitati»

Il Parlamento elvetico valuta una dichiarazione per riconoscere le gravi responsabilità istituzionali e mostrare vicinanza alle vittime.
BERNA - La Svizzera si appresta a confrontarsi con una delle pagine più oscure della sua storia. Lunedì il Consiglio nazionale dovrebbe votare una dichiarazione che esprime rammarico per la “grande sofferenza” inflitta nel XX secolo alle comunità yenish e manouche, riconoscendo che queste sono state vittime, nel proprio Paese, di una persecuzione qualificabile come crimine contro l’umanità. Un gesto soprattutto simbolico, ma definito “forte” dal relatore della Commissione degli affari giuridici, Vincent Maitre.
La persecuzione
Fino agli anni Settanta, queste minoranze furono sistematicamente perseguitate: persone rinchiuse in istituti o poste sotto tutela, donne sterilizzate contro la loro volontà e circa 2’000 bambini sottratti alle famiglie per essere collocati in istituti o famiglie affidatarie, con l’obiettivo di sedentarizzarli. Nel febbraio 2025 il Consiglio federale aveva già definito questi fatti un crimine contro l’umanità, rinnovando le scuse ufficiali.
«Crimini commessi contro cittadini svizzeri»
Secondo la commissione parlamentare, però, è importante che anche il Parlamento si esprima pubblicamente, riconoscendo le responsabilità delle autorità e mostrando vicinanza alle vittime e ai loro discendenti. Per il socialista Ueli Schmezer, si tratta di un segnale importante: «Parliamo di crimini commessi in Svizzera, contro cittadini svizzeri, non molto tempo fa».
C'è chi dice no
Non manca tuttavia l’opposizione. Una minoranza, soprattutto dell’UDC, ritiene sufficienti le scuse del governo e giudica eccessiva la qualificazione di «crimine contro l’umanità». Alcuni esponenti annunciano comunque l’astensione, in segno di rispetto verso le vittime.
Mai più
Dal canto loro, rappresentanti delle comunità interessate e della Commissione federale contro il razzismo sottolineano che il riconoscimento simbolico è solo un primo passo. Persistono infatti discriminazioni concrete, come la carenza di aree di sosta adeguate e gli ostacoli amministrativi al loro stile di vita nomade. «È un momento importante non solo per noi, ma per tutta la Svizzera», afferma Sandra Gerzner dell’associazione Citoyens Nomades, che sarà presente al dibattito. Ma, avverte, il riconoscimento deve tradursi in misure concrete e in una reale presa di coscienza, affinché simili persecuzioni non si ripetano.



