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Abusi negli asili svizzeri: il caso Martin Z. scuote il sistema di controllo

Aggressioni su almeno 15 bambini piccoli tra Berna e Winterthur: il caso solleva interrogativi sui limiti del sistema giudiziario e sulle misure di prevenzione
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Abusi negli asili svizzeri: il caso Martin Z. scuote il sistema di controllo
Aggressioni su almeno 15 bambini piccoli tra Berna e Winterthur: il caso solleva interrogativi sui limiti del sistema giudiziario e sulle misure di prevenzione

BERNA - Un operatore di un asilo nido è accusato di aver abusato di almeno 15 bambini piccoli tra Berna e Winterthur. Nonostante un primo sospetto emerso nel 2022, l’uomo era riuscito a trovare un nuovo impiego, continuando presumibilmente a commettere abusi. Una vicenda che sta facendo discutere parecchio sulla stampa di oltre Gottrado, che sta evidenziando le lacune nelle procedure di controllo e nella collaborazione tra istituzioni.
Secondo la procura di Berna, l’uomo, oggi 33enne e indicato con il nome fittizio di Martin Z., avrebbe commesso aggressioni sessuali su almeno 15 bambini di età compresa tra uno e quattro anni. In gran parte avrebbe confessato. Parte degli abusi sarebbe avvenuta in una struttura di Winterthur, dove sette delle vittime sarebbero state coinvolte.

I primi sospetti risalgono all’estate del 2022, quando una madre segnalò alla direzione dell’asilo di Winterthur il racconto della figlia, allora di quattro anni, che riferiva di presunti abusi. La struttura presentò denuncia alla polizia cantonale di Zurigo. Le autorità interrogarono l’indagato e la bambina, ma non effettuarono una perquisizione domiciliare né sequestrarono dispositivi elettronici. Il sospetto non fu ritenuto sufficientemente fondato e il caso venne archiviato.
Quasi due anni dopo, nel febbraio 2024, la polizia bernese individuò l’uomo nell’ambito di un’indagine per consumo di materiale pedopornografico. Durante una perquisizione furono trovati oltre 800 file tra immagini e video, inclusi filmati di abusi avvenuti negli asili di Winterthur e Berna.

La mancata perquisizione iniziale ha suscitato perplessità tra gli esperti di diritto penale. «La perquisizione di computer, telefoni o dischi rigidi è di norma la prima misura in caso di sospetto di reati sessuali su minori», ha dichiarato Camille Perrier Depeursinge, professoressa all’Università di Losanna al giornale Tages Anzeiger. Anche il professore Daniel Jositsch ha sottolineato che la dichiarazione di un bambino può costituire un sospetto sufficiente per adottare misure invasive, pur precisando che la decisione finale spetta al pubblico ministero.

Il caso solleva anche interrogativi sulla circolazione delle informazioni tra strutture. Dopo l’archiviazione del procedimento a Winterthur, l’uomo trovò lavoro a Berna. La struttura zurighese afferma di non essere stata contattata per referenze, pur avendo inserito un’annotazione nel certificato di lavoro. La direzione dell’asilo bernese sostiene invece di aver richiesto informazioni, senza ricevere segnalazioni di comportamenti inappropriati.
La normativa vigente limita la condivisione di informazioni su indagini in corso per motivi di protezione dei dati. Se l’uomo fosse stato condannato, sarebbero entrate in vigore misure più stringenti, come il divieto di lavorare a contatto con minori e l’iscrizione nel casellario accessibile ai datori di lavoro.

A differenza degli insegnanti, per i quali esiste una lista dei professionisti a cui è stata revocata l’abilitazione, nel settore degli asili nido non è previsto un registro analogo. Alcuni esponenti politici e associazioni di categoria chiedono l’introduzione di una “lista nera”, mentre gli esperti mettono in guardia dai rischi di abusi e false accuse.
Il dibattito si estende anche alle misure di prevenzione. Le strutture adottano protocolli interni, ma la loro applicazione varia. Tra le soluzioni proposte vi sono ambienti più aperti e controllabili, anche se la carenza di personale qualificato limita l’efficacia di queste misure.

«Se parliamo di prevenzione, dobbiamo investire di più negli asili: formazione, salari e condizioni di lavoro», ha affermato Lisa Mazzone, presidente dell’associazione Alliance Enfance, al TagesAnzeiger.
Il caso riaccende così il confronto politico su risorse, controlli e strumenti di tutela, in un contesto in cui le esigenze di risparmio rischiano di incidere proprio sui servizi dedicati ai più piccoli.

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