Il Long Covid «è una malattia professionale»

Lo ha stabilito il Tribunale federale, respingendo un ricorso de La Bâloise
LOSANNA - La Bâloise deve riconoscere quale malattia professionale la sindrome del Long Covid di cui è affetto un infermiere ginevrino e continuare a versargli una rendita. Lo ha deciso il Tribunale federale (TF) respingendo un ricorso dell'assicuratore.
Il dipendente ospedaliero si era ammalato di Covid-19 nell'aprile 2020: aveva assistito persone infette e aveva dovuto occuparsi anche di persone decedute a causa della malattia. All'epoca, come noto, c'era carenza di indumenti protettivi e mascherine. L'infezione ha causato conseguenze a lungo termine all'infermiere, che non ha più potuto riprendere la sua attività professionale, si legge in una sentenza del TF pubblicata oggi.
L'interessato era assicurato presso la Bâloise contro gli infortuni e le malattie professionali. Nel luglio 2023 essa ha riconosciuto la malattia post-Covid come malattia professionale e ha concesso all'infermiere una rendita e un'indennità per menomazione dell'integrità del 35%. Ha tuttavia negato il nesso tra i problemi psichici dell'assicurato e il Covid. L'interessato e la sua cassa malattia - la Helsana - hanno presentato ricorso.
In una nuova decisione del maggio 2024 la Bâloise ha stabilito che non si trattava di una malattia professionale e ha revocato la propria deliberazione precedente. La Corte di giustizia di Ginevra ha accolto il ricorso dell'infermiere, respingendo invece la contestazione della sua cassa malattia riguardo ai problemi psichici.
La Bâloise si è quindi rivolta al TF, il quale ha ora stabilito che non sussistevano i presupposti legali per una nuova decisione da parte dell'assicuratore. I giudici losannesi fanno inoltre riferimento alla loro precedente e chiara giurisprudenza sul Long Covid in relazione alla questione della malattia professionale: in una sentenza del dicembre 2024 hanno confermato l'esistenza di una malattia professionale nel caso di un operatore sanitario che si era occupato di pazienti affetti dal coronavirus. Non è stato invece il caso per una psicologa e una dipendente di uno studio ginecologico.
L'assicurazione aveva sostenuto, tra l'altro, che non era stato dimostrato che il malato fosse stato contagiato nel suo ambiente di lavoro. L'uomo non era inoltre mai stato ricoverato in ospedale. Secondo la massima autorità giudiziaria svizzera tali questioni non sono rilevanti, poiché i criteri per l'esistenza di una malattia professionale sono soddisfatti.



