Pesticidi, l’allarme dell’esperto: «Sistema inaffidabile, siamo tutti a rischio»

L’ex responsabile svizzero dei pesticidi Jürg Zarn denuncia l’inaffidabilità dei test e la dipendenza dalle valutazioni UE.
BERNA - Jürg Zarn, è stato per 30 anni ai vertici della valutazione dei pesticidi in Svizzera- Ha lavorato pure presso l’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria (USAV), dove ha diretto il settore di tossicologia dei pesticidi. Oggi in pensione, denuncia ciò che in molti dicono da anni: il sistema che dovrebbe proteggere la popolazione è profondamente inaffidabile, per cui siamo quotidianamente esposti ai residui di pesticidi, con annesse conseguenze alla nostra salute.
Biochimico di formazione, Jürg Zarn è stato anche a lungo membro del JMPR (Joint FAO/WHO Meeting on Pesticide Residues), il comitato di esperti delle Nazioni Unite che stabilisce i limiti massimi di residui nei prodotti alimentari adottati a livello globale. Proprio un anno fa, con uno studio pubblicato poco prima del pensionamento (fine 2025), Zarn ha scosso la comunità scientifica mettendo in discussione l’affidabilità dei test sugli animali utilizzati per autorizzare i pesticidi. Oggi la sua critica si fa ancora più netta e trova spazio sulle pagine del Tages Anzeiger.
«La Svizzera si affida ciecamente all’Unione europea» - Secondo Zarn, uno dei problemi principali è che la Svizzera si appoggia quasi completamente – e su base volontaria – alle autorizzazioni rilasciate dall’Unione europea, senza poter incidere realmente sulle decisioni. «Pochi politici sanno che la Commissione europea approva i pesticidi basandosi sulle valutazioni di un singolo Paese membro, quello in cui viene presentata la domanda», spiega. «Ma la qualità delle valutazioni varia enormemente da Stato a Stato».
I test sugli animali servono a poco - Zarn punta il dito soprattutto contro i test tossicologici sugli animali, che dovrebbero individuare rischi di cancro o danni alla fertilità. «Giustifichiamo la sofferenza degli animali sostenendo che serva a garantire la sicurezza dell’uomo. Ma non è così: questi test non offrono alcuna garanzia reale». Un’affermazione radicale, che l’ex funzionario difende con fermezza. «La maggior parte degli studi sul cancro si basa su un unico test a lungo termine, con un numero di animali statisticamente insufficiente e senza ripetizioni. In questo modo si individuano solo effetti molto forti. Tutto il resto sfugge». Il paragone con i farmaci è impietoso: «Anche i medicinali vengono prima testati sugli animali, ma quando si passa all’uomo il 90% fallisce, pur essendo risultato sicuro ed efficace nei test preclinici. Perché dovrebbe essere diverso con i pesticidi?». Secondo Zarn, molte sostanze autorizzate avrebbero effetti sull’uomo che semplicemente non vengono rilevati. «Le aziende hanno la fortuna di non dover testare i pesticidi sull’uomo. Se fosse obbligatorio, probabilmente assisteremmo allo stesso tasso di fallimento dei farmaci».
Il caso Chlorothalonil e il “fattore fortuna” - Nemmeno l’identificazione dei rischi più gravi è garantita. «Non sappiamo come i pesticidi che superano i test sugli animali agiscano sull’uomo», afferma Zarn. Un ruolo decisivo lo gioca persino la scelta della razza animale. Emblematico il caso del fungicida Chlorothalonil, oggi vietato: «Provocava tumori renali in una certa razza di ratti, ma non in un’altra. L’azienda ha avuto la “sfortuna” di testare per prima la razza sensibile. Se fosse accaduto il contrario, oggi il prodotto sarebbe probabilmente ancora considerato non cancerogeno». Le norme prevedono una sola sperimentazione su topi e una su ratti, indipendentemente dai risultati. «È puro caso se certi rischi vengono individuati», conclude Zarn, secondo il quale ripetere gli studi aumenterebbe il numero di animali coinvolti e tutto ciò non servirebbe a nulla, data la scarsa trasferibilità dei risultati all’uomo.
Secondo Zarn, la vera leva del cambiamento sarebbe la trasparenza: rendere pubblici i dati degli studi sugli animali. «Se fossero accessibili, il sistema cambierebbe rapidamente. Sarebbe subito evidente che i test non rispettano nemmeno standard minimi». Oggi questi dati sono coperti dal segreto industriale. «Lo capisco per i processi di produzione, ma non per i dati di sicurezza ottenuti con sofferenza animale. Qui non si protegge l’innovazione, si nasconde l’inaffidabilità dei controlli».
Un sistema che fatica a mettersi in discussione - Le critiche non mancano, ricorda Zarn: dall’autorità ambientale tedesca al Parlamento europeo. Ma i meccanismi sono complessi e difficili da comprendere, persino per chi lavora nelle istituzioni. «L’ho visto anche nel comitato ONU di cui facevo parte».
Molti esperti non hanno mai condotto direttamente gli studi presentati dall’industria. «Entrano nel sistema, ne assorbono il linguaggio e i modelli di pensiero. Così, lentamente, si perde l’autonomia critica necessaria per valutare davvero i dossier. Ed è estremamente pericoloso».



