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ZURIGO
05.11.2020 - 19:170
Aggiornamento : 06.11.2020 - 08:26

«Sono vittime che si trasformano in mostri»

Il caso dei due giovani arrestati martedì a Winterthur dimostra che la Svizzera non è al riparo dalla radicalizzazione.

L'esperto di estremismi Samuel Althof cerca di spiegare il fenomeno, come avviene la conversione e il perché la città zurighese sia diventata una "culla" dello jihadismo nel nostro Paese.

Fonte Lea Blum / 20 Minuten
elaborata da Adriano De Neri
Giornalista

ZURIGO - Il terrorista che lunedì sera ha compiuto l'attentato di Vienna, uccidendo quattro persone, era in contatto con due svizzeri di 18 e 24 anni. I giovani, entrambi noti alle autorità e con precedenti penali legati al terrorismo, sono stati arrestati martedì dalla polizia a Winterthur. Una città, quella zurighese, che si conferma terreno fertile - così come la Romandia - per il proselitismo di matrice islamica. Il 24enne faceva infatti parte del cosiddetto gruppo giovanile della Moschea An'Nur, considerata un luogo di radicalizzazione e per questo chiusa nel 2017.

Il contatto tra i due svizzeri e l'attentatore di Vienna non sorprende affatto l'esperto di estremismo Samuel Althof: «Gli estremisti - precisa a 20 Minuten - si cercano e si reclutano a vicenda. Oggi, grazie a Internet, queste reti sono sempre più globali. Inoltre, le persone non si radicalizzano quasi mai completamente da sole, ma vengono "catturate" da queste reti».

Winterthur sembra essere una delle principali "culle" dell'estremismo elvetico. Come mai?
«È noto che nelle vicinanze della Moschea An'Nur si era formato un gruppo. Il problema è che le autorità se ne accorsero troppo tardi. I ragazzi si trovavano per chiacchierare o giocare a calcio. E durante questi ritrovi il più fragile e psicologicamente instabile, fondamentalmente il più debole del gruppo, divenne il più forte grazie alle ideologie inculcate nella sua testa dall'Isis e partì per la Siria come combattente. Da lì convinse gli altri ad aderire al Califfato. Un secondo membro del gruppo lo seguì, e poi ci fu un effetto domino».

Come è possibile prevenire un tale effetto?
«È molto complicato. Non si può tracciare ogni individuo dalle informazioni che abbiamo su questi gruppi. Bisogna capire che il terrorismo non è risolvibile nel suo insieme. Bisogna prima imparare a capire le persone radicalizzate e i motivi per cui si radicalizzano. Per fare questo bisogna costruire un rapporto di fiducia complesso e duraturo nel tempo con queste persone. Ma questo, ovviamente, non è facile se la radicalizzazione è profonda».

Ma come si costruisce questa relazione di fiducia con un estremista?
«Anche qui non è una cosa semplice. Perché spesso il problema è molto radicato. Tutto nasce nei primi anni d'età. Immaginiamo un bambino che cresce in una struttura patriarcale. Impara che il padre ha sempre ragione. Una violenza, soprattutto psicologica, che vive ogni giorno. E può capitare che il piccolo interiorizzi questi valori e cominci ad applicarli. E il problema sta qui. Dalla sua prospettiva crede di fare la cosa giusta. E questa prospettiva è alla base per giustificare un atto di violenza».

Ma la propensione a usare la violenza non porta necessariamente alla radicalizzazione. Perché alcuni di questi bambini diventano poi estremisti?
«Non esiste una sola risposta. Ciò accade in luoghi e modi molto diversi tra loro. Un esempio è la prigione. Incontri altri carcerati, trovi amici e ideologie estremiste. Molte persone abbracciano la religione in prigione. Peccato che spesso il fanatismo vada di pari passo. Se oltre a questo, i giovani provengono da paesi di guerra e magari hanno subito torture e violenze, allora questo diventa un terreno fertilissimo per la radicalizzazione. In verità sono delle vittime che si trasformano, o vengono trasformati, in mostri».

Ma come si fa a capire che una persona si sta radicalizzando?
«Solitamente la persona si chiude in sé stessa e mette un muro con le altre persone. In carcere, ad esempio, non intrattiene più contatti con altri detenuti. Anche il lasciarsi crescere la barba è un dettaglio da considerare, così come il fatto che solitamente una persona radicalizzata non esprime praticamente più le proprie opinioni. Sono poi rarissimi i radicalizzati che non presentavano una situazione "disturbante" nella propria famiglia. Per questo utilizziamo uno strumento diagnostico. Ci prendiamo del tempo per costruire una relazione con queste persone. E per capirle».


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