Tanto inferno prima del paradiso

Gol e cattiveria, Undav si è preso la Germania
Tante porte in faccia e tanta gavetta, ma l'attaccante tedesco ora è indispensabile.
Gol e cattiveria, Undav si è preso la Germania
Tante porte in faccia e tanta gavetta, ma l'attaccante tedesco ora è indispensabile.
TORONTO - Da sconosciuto (o quasi) a eroe (o quasi). Deniz Undav è decollato in questo Mondiale, mettendo il sigillo a una carriera che più strana non si può.
Scartato a 17 anni dal Settore giovanile del Werder Brema perché troppo basso, costretto inizialmente a lavorare in fabbrica per mantenere la sua passione per il calcio, bravo a tenere duro nelle serie minori, arrivato in Bundesliga solo a 27 anni dopo essere stato obbligato, per trovare spazio e gloria, a ripartire dalla seconda serie belga… il 29enne ha percorso una strada tortuosissima prima di “arrivare”. Ma ce l’ha fatta, riscoprendosi fondamentale per le ambizioni dei panzer. E ce l’ha fatta senza essere scintillante ma solo molto solido. Solido come il suo “score” in Nazionale: due anni (dal marzo 2024), undici partite e nove reti. E al Mondiale… due match - due spezzoni di match per essere precisi - tre gol e due assist.
Com’è possibile che una punta di questo spessore abbia rischiato di perdersi nei meandri del calcio?
«Eppure, non credete, capita molto molto spesso che un talento non sbocci - ci ha spiegato Arno Rossini - Negli anni la situazione è molto migliorata, soprattutto in Svizzera, dove l’ASF ha spinto affinché tutti i giovani migliori vengano seguiti, ma può capitare che uno esca dal giro per non rientrare più».
Con Undav la colpa è stata del ragazzo o del club.
«Non conosco la situazione nello specifico. Potrebbe in ogni caso non essere colpa di nessuno. Nel senso che la crescita calcistica, e penso all’aspetto tecnico, a quello fisico e a quello mentale, non è qualcosa di lineare, con delle scadenze precise. Qualcuno è pronto prima, e quindi seguirà un percorso normale dalle giovanili alla Prima squadra, altri, per vari motivi, avranno bisogno di più tempo. Perché si sviluppano dopo, perché hanno problemi personali o in famiglia, i primi amori adolescenziali… sono tanti i fattori che vanno a incidere nella vita di un ragazzo. Oggi si sta lavorando per riuscire a continuare a seguire anche quelli che non superano i primi tagli. Ma non è semplice, serve molta sensibilità».
Vuol dire che di buoni giocatori alla Undav sono piene le serie minori?
«Assolutamente. Quelli che hanno perso il primo treno e poi non hanno visto passarne altri. Che a 16, 17, 18 anni sono usciti dal giro perché in quel momento non considerati abbastanza bravi. Per questo parlo di sensibilità, come anche di attenzione e di un lavoro da fare con continuità, soprattutto in Svizzera».
Per non perdere talenti per strada?
«Il nostro bacino non è enorme se paragonato a quelli delle migliori nazionali del mondo. Per mantenere competitività dobbiamo essere bravi a dare a tutti il tempo di maturare, a capire qual è il massimo di un ragazzo, anche se in quel momento non lo sta dimostrando. È facile? Per nulla, ma ci stiamo provando».
Esploso fragorosamente in un lasso di tempo molto breve, dove può arrivare Undav, tenendo conto che ha 30 anni?
«Non lo vedo in un top club europeo. Avrebbe sicuramente le qualità per giocarci, ma non credo quello sia l'ambiente giusto per lui. Penso dovrebbe puntare piuttosto su una società medio grande dove, con il massimo della fiducia e del minutaggio, poter fare la differenza. Ha davanti a sé 4-5 anni ad altissimo livello».









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