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L'OSPITE – ARNO ROSSINI
08.04.2020 - 11:140
Aggiornamento : 15:21

La gloria, i muscoli, le scintille (con Miha), ecco perché lo svedese non si ritirerà

Zlatan sarà in campo anche il prossimo anno. Al Milan? Non è certo.

La punta è arrivata in rossonero convinta dalle coccole di Boban e Maldini.

MILANO - Quelle dello scorso inverno non sono state le ultime partite ufficiali giocate da Zlatan Ibrahimovic. Ancora non lo ha ufficializzato, ancora non lo ha ammesso; lo svedese non ha in ogni caso alcuna intenzione di chiudere una carriera gigantesca con la comparsata al Milan. È convinto di poter lasciare ancora il segno, vuole lasciare ancora il segno. Lascerà dunque ancora il segno. E lo farà in un'ultima recita, con la quale salutare quanti lo hanno applaudito, riverito e anche attaccato. La punta deve solo decidere quale maglia indossare per il nuovo show. Già perché, nonostante il suo pre-coronavirus fosse tinto di rossonero, al momento non c'è certezza su quel che sarà da luglio.

«Dopo l'America, Ibrahimovic aveva scelto il Milan per motivi diversi – è intervenuto Arno Rossini – perché stiamo comunque parlando di un club storico, perché non erano in tante in Europa le big pronte a dargli un contratto comunque ricco e perché in società c'erano Zvone Boban e Paolo Maldini».

Due rappresentanti della vecchia guardia chiamati per riportare un po' di gloria e credibilità in società. Solo che nel frattempo uno è già andato...
«E l'altro probabilmente non rimarrà nella prossima stagione. Diciamo quindi che uno dei fattori che aveva convinto Zlatan non ci sarà più. Non per questo, però, davvero l'attaccante lascerà Milano».

Perché continuerà a giocare...
«Ne sono convinto. Lo è anche lui. Ha dimostrato di poter ancora fare la differenza in un campionato duro come quello italiano, si diverte, sta bene... perché mollare?».

A quell'età, con un crociato andato...
«L'infortunio subito quando era allo United è superato. E invece che indebolirlo, ha fatto capire una volta ancora – come se ce ne fosse bisogno – di che pasta è fatto lo scandinavo».

Ibra non è tutta spocchia, quindi?
«È un grandissimo lavoratore, prima ancora che un campione. Non c'è verso di “durare” tanto se non ci si comporta da atleti, se non si è superprofessionisti. Chiusa la vacanza statunitense si è presentato a Milano con la sua solita faccia tosta e ci ha messo pochissimo per convincere anche i più scettici. L'hanno messo in campo e ha subito lasciato il segno...».

Giocando, però, solo lì davanti...
«Non gli è stato chiesto di fare la fase difensiva, è vero; in cambio lui è in ogni caso immediatamente diventato l'attaccante di riferimento. Il più pericoloso. Segna. “Impegna” più di un difensore avversario creando spazi per i compagni. È ottimo sulle palle inattive, aspetto del gioco nel quale dà una mano pure nella sua metà campo. È stata una scommessa vinta».

Una scommessa che forse a Milano non potranno rifare. Per il futuro si parla di Bologna.
«Ibrahimovic e Mihajlovic sono amiconi. In rossoblù lo svedese avrebbe poi il posto in campo assicurato e meno pressione addosso. Questi fattori però, secondo me, non basteranno per convincerlo a unirsi ai felsinei. Con Sinisa, con il lavoro di mezzo, potrebbe anche non funzionare. E inoltre quella società non ha l'appeal del Milan. Bologna va bene magari per rilanciarsi. Per chiudere una carriera, se si hanno alternative, meno...».

Con il Diavolo, sembra assurdo, Zlatan potrebbe anche non avere una maglia da titolare.
«Si deve capire chi sarà l'allenatore. Che comandi Pioli o, alla fine, Ragnick, lo svedese sarà comunque sempre preso in grande considerazione. Il tedesco per esempio, un'integralista del gioco, non dovrebbe far fatica a ritagliare un ruolo di primo piano a un giocatore ingombrante e a un leader importante come il 38enne».

E dire che Ibrahimovic potrebbe tranquillamente giocare in uno dei primi cinque club d'Europa, se si accontentasse di non essere titolarissimo.
«Sono d'accordo. Se accettasse di essere importante ma non il più importante, potrebbe comodamente vestire la maglia del Real, o del City o del Bayern... squadre di quel livello insomma. E con esse continuare a vincere ancora per un po'. Ma lo svedese non è uno da ultimi 20'-30', non è uno che puoi usare solo come arma tattica».

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