La grande fuga: il Ticino sta perdendo i suoi giovani

Elio Del Biaggio, ingegnere e consulente, comunicatore e autore sui temi di leadership, società e cambiamento.
Elio Del Biaggio, ingegnere e consulente, comunicatore e autore sui temi di leadership, società e cambiamento.
C’è un fenomeno che attraversa il Ticino in modo silenzioso, ma costante: la progressiva uscita di giovani qualificati verso altri centri economici e accademici. Non si tratta semplicemente di mobilità – elemento naturale in un contesto aperto e dinamico – bensì di una perdita strutturale di capitale umano.
A partire non sono tutti, indistintamente. Sempre più spesso, sono i profili meglio formati, più intraprendenti, più orientati alla crescita. Giovani che trovano altrove ciò che qui faticano a intravedere: prospettive, riconoscimento, possibilità di sviluppo.
Questo non è un giudizio di valore sulle persone che restano, ma una constatazione sulle dinamiche di sistema. Quando un territorio non riesce a trattenere o attrarre in modo competitivo i propri talenti, il rischio non è solo quantitativo. È qualitativo.
Un equilibrio che si indebolisce
Il Ticino continua, benché forse sempre meno, a distinguersi per qualità formativa e vivibilità.
Tuttavia, questi elementi non sono più sufficienti a compensare alcune criticità strutturali: un mercato del lavoro limitato nei settori ad alto valore aggiunto, livelli salariali assai meno attrattivi e costi della vita più elevati rispetto ad altre regioni svizzere, un ecosistema dell’innovazione ancora in fase di consolidamento.
A ciò si aggiunge un elemento meno discusso, ma percepito: quando la politica appare assente e le logiche di appartenenza prevalgono sul merito, la fiducia si erode. E con essa, la volontà di restare.
Non va inoltre trascurato un effetto più profondo e spesso sottovalutato: la progressiva perdita di cultura, mentalità e tradizioni locali. Quando le nuove generazioni si allontanano, non si perde solo forza lavoro, ma anche continuità identitaria, memoria collettiva e capacità di rinnovare le radici nel tempo.
Il risultato è un progressivo disallineamento tra competenze disponibili e opportunità offerte. Un disallineamento che alimenta la partenza e, soprattutto, riduce la probabilità di rientro.
Il rischio di una lenta normalizzazione
Se questa tendenza dovesse consolidarsi, il Ticino potrebbe trovarsi di fronte a una trasformazione meno visibile ma più profonda: una graduale riduzione della densità di competenze ad alto potenziale.
In assenza di una massa critica di talenti, si attenua la capacità di innovare, di competere, di attrarre investimenti. Si rischia, in altre parole, una normalizzazione verso il basso degli standard complessivi.
Non è un destino inevitabile, ma una traiettoria possibile se il fenomeno viene sottovalutato.
Una questione di visione
Affrontare la “grande fuga” richiede più di interventi puntuali. Richiede una visione strategica condivisa, capace di integrare politiche economiche, formative e territoriali.
Alcuni elementi appaiono centrali:
rafforzare i settori ad alto valore aggiunto
creare condizioni realmente competitive per i giovani professionisti
favorire un ambiente dinamico, aperto all’innovazione e al rischio
valorizzare il merito e il potenziale, in modo trasparente e sistemico
costruire percorsi concreti di rientro per chi ha maturato esperienze altrove
tornare a mettere al centro i giovani e la propria gente
Conclusione
La partenza dei giovani non è, di per sé, un problema. Lo diventa quando non è accompagnata da ritorni, scambi e circolazione di competenze.
Il vero nodo non è se i giovani partono, ma se il Ticino resta un luogo in cui vale la pena tornare. E, prima ancora, un luogo in cui vale la pena restare.
Perché trattenere – e attrarre – i migliori non è solo una questione economica. È una scelta di posizionamento, di ambizione e, in ultima analisi, di futuro.




