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LORENZO ONDERKA

Prepararsi alla guerra per avere la pace: siamo sicuri?

Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro
Lorenzo Onderka
Fonte LORENZO ONDERKA
Prepararsi alla guerra per avere la pace: siamo sicuri?
Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro

LORENZO ONDERKA - C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel tempo in cui viviamo. Da una parte, nelle scuole, nelle famiglie, nella società, ripetiamo ai ragazzi che la violenza non si combatte con altra violenza. Che colpire più forte non risolve, ma peggiora. Che il coraggio non è reagire, ma interrompere la spirale.

Dall’altra, tra Stati, facciamo esattamente il contrario. Sempre più Paesi parlano di riarmo. Aumentano le spese militari, rafforzano gli eserciti, costruiscono deterrenza. Con una convinzione che sembra indiscutibile: per evitare la guerra, bisogna essere pronti a farla.

Ma fermiamoci un momento. Se un ragazzo vittima di bullismo venisse incoraggiato a diventare più aggressivo, a prepararsi allo scontro, lo considereremmo un fallimento educativo. Eppure è esattamente questa la logica che stiamo adottando a livello globale.

Nel bullismo non si lavora sull’escalation. Si lavora sulla prevenzione. Sulla responsabilità di chi agisce la violenza. Sulla capacità di intervenire prima che sia troppo tardi. Perché abbiamo capito una cosa semplice: la forza non educa, contiene solo temporaneamente. E spesso alimenta.

Allora la domanda diventa inevitabile: perché tra Stati accettiamo una logica che nella vita quotidiana consideriamo sbagliata? Forse perché il riarmo dà un’illusione di controllo. Forse perché è più facile accumulare armi che costruire fiducia. Ma la realtà ci sta presentando il conto.

L’Afghanistan non è diventato stabile dopo anni di interventi. La guerra tra Russia e Ucraina continua senza una via d’uscita. Il Sudan è travolto dalla violenza. La Libia resta fragile.

E poi c’è il Medio Oriente. Una regione dove ogni escalation ne genera un’altra. Dove i conflitti si allargano rapidamente, coinvolgono più attori e producono effetti globali — come il rischio di bloccare passaggi strategici come lo stretto di Hormuz, da cui dipende una parte dell’energia mondiale. È qui che la domanda diventa più scomoda:

fin dove si è disposti ad arrivare per dimostrare di essere i più forti? E a quale prezzo si impone la propria visione?

Ma ce n’è un’altra, che riguarda anche chi osserva: che responsabilità hanno le nazioni alleate, che potrebbero intervenire — almeno politicamente — ma scelgono di non farlo?

Perché anche tra Stati, come tra persone, l’amicizia non dovrebbe essere silenzio. Tra amici ci si sostiene. Ma ci si richiama anche. Ci si ferma a vicenda quando si va troppo oltre.

Ignorare, in nome delle alleanze, rischia di alimentare proprio ciò che si vorrebbe evitare. Il punto, allora, non è quanto ci armiamo, ma quanto siamo disposti a limitare chi spinge verso lo scontro.

Nel bullismo, non si lascia il bullo libero finché la situazione esplode. Si interviene. Nella comunità internazionale, invece, troppo spesso si aspetta.

Non si tratta di negare il diritto alla difesa. Ogni popolo ha diritto a esistere e a proteggersi. Ma senza limiti condivisi, la difesa rischia di trasformarsi in escalation. E qui sta la contraddizione. Pretendiamo maturità dai nostri figli. Ma tra Stati accettiamo dinamiche che assomigliano a comportamenti adolescenziali: reazione, orgoglio, dimostrazione di forza.

E se il vero salto non fosse militare, ma culturale? Se la sicurezza dipendesse anche dalla capacità di prevenire, mediare, contenere? È una strada più difficile. Ma è quella che già conosciamo.

È quella che scegliamo quando educhiamo. Quando diciamo che il rispetto conta più della forza.

La domanda, allora, resta una:

vogliamo davvero costruire la pace, o solo prepararci meglio alla prossima guerra?

Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro

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