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FRANCIAAttentato di Parigi: si incolpano cure psichiatriche che spesso non ci sono

12.12.23 - 06:30
Come ci racconta un'assistente sociale di Grenoble, nella maggioranza dei casi i detenuti non vengono seguiti o tutelati fuori dal carcere
keystone-sda.ch / STF (YOAN VALAT)
Attentato di Parigi: si incolpano cure psichiatriche che spesso non ci sono
Come ci racconta un'assistente sociale di Grenoble, nella maggioranza dei casi i detenuti non vengono seguiti o tutelati fuori dal carcere

PARIGI - Alcuni giorni fa a Parigi un uomo, armato di un coltello e di un martello, ha ucciso un turista tedesco e ferito altre due persone. L’aggressore - schedato S, ossia ad alto rischio di radicalizzazione - avrebbe agito, stando alla procura della capitale francese, perché stanco degli avvenimenti attualmente in corso a Gaza e perché non ce la faceva più a «sopportare le morti dei musulmani in Afghanistan e Palestina».

A livello europeo, si è parlato di voler «fare di tutto» per tutelare la sicurezza dei cittadini. Di un attacco «insensato», come se fosse successo di punto in bianco. Però il 26enne era già stato condannato a quattro anni nel 2016 perché stava preparando un attentato simile a quello poi avvenuto lo scorso venerdì ed era noto che fosse affetto da disturbi mentali.

Quasi come per giustificare il fallimento delle autorità nel prevenire l’azione dell’uomo, il ministro degli Interni francese Gérald Darmanin ha puntato il dito contro un «chiaro fallimento nelle cure psichiatriche». Cure che secondo il portavoce del governo Olivier Véran sono state, invece, puntuali. Cosa succede in Francia alle persone con disturbi legati alla salute mentale, durante la detenzione e una volta scontata la pena?

Ne abbiamo parlato con un’assistente sociale di Grenoble che ha già lavorato in una struttura carceraria e che attualmente fa parte di Un Chez Soi d’Abord, un dispositivo presente in diverse regioni e che aiuta le persone più vulnerabili che vivono in strada o che sono a rischio di rimanere senza un tetto, e che presentano turbe psichiche severe.

Le persone che si trovano in carcere hanno sempre accesso, in caso di bisogno, a cure psicologiche e psichiatriche?
«La situazione cambia da prigione a prigione. Qui a Grenoble abbiamo un’unità sanitaria di livello 2, ossia c’è una squadra psichiatrica che opera sul posto con un ospedale di giorno e si rivolge alle persone che desiderano o che hanno bisogno di essere seguite più da vicino. Può assistere i detenuti di tutta la regione penitenziaria, quindi di tutta la regione del Rodano-Alpi. Nelle altre prigioni c’è almeno un team che si occupa di valutare se le persone alla loro entrata in carcere necessitano di un seguito psichiatrico. Non so se in tutti gli stabilimenti ci siano sempre degli psichiatri, da ciò che so posso dire che spesso ce ne sono pochi o non ce ne sono affatto. A questo si aggiunge che magari un prigioniero non si presenta o può capitare che i secondini non lo accompagnino all’appuntamento. In ogni caso, chi ne ha bisogno viene nella maggior parte dei casi spinto e incoraggiato a curarsi, anche perché un’attestazione di cure psichiatriche potrebbe portare a degli sconti di pena».

E quando escono dal carcere vengono sostenute?
«Certe persone beneficiano del servizio penitenziario di reinserimento e libertà vigilata, che normalmente dovrebbe assicurarsi appunto che la persona in questione riesca a reinserirsi e adempia ai suoi obblighi prestabiliti, come il trovare un lavoro, andare dal medico, eccetera. La realtà poi è un’altra. Nessuno li aiuta a cercare un lavoro, né a prendersi cura di loro stessi. E non è detto che quando escono dal carcere abbiano subito un alloggio. Da Un chez soi d’abord abbiamo un sistema abbastanza rodato che fa sì che le persone a cui prestiamo assistenza siano subito alloggiate quando finiscono di scontare la loro pena. Purtroppo, appunto, nella maggior parte dei casi le cose non vanno così».

Ti senti sostenuta dallo Stato nel tuo lavoro?
«La nostra struttura ci sostiene molto bene, anche perché abbiamo dei mezzi finanziari piuttosto solidi. E siamo legittimati perché esistiamo grazie a un decreto. Siamo una struttura con il vento in poppa. Questo non vale però per tutti. Ci sono gruppi che non ricevono come noi i finanziamenti ogni tot tempo o comunque su base annuale e che hanno 12mila dossier da trattare. Quindi lato finanziario, mi sento sostenuta dallo Stato. A volte però possiamo avere delle difficoltà, soprattutto quando stiamo cercando un alloggio per delle persone. Penso che il governo potrebbe implementare delle misure che renderebbero molto più semplice il nostro lavoro. Poi, parlando di stato di diritto, sono soprattutto le persone detenute a non essere sufficientemente tutelate e noi perdiamo un sacco di tempo per superare degli ostacoli inutili».

Il caso di Parigi è sintomo di un problema più grande?
«Oggi l’accesso alle cure psichiatriche in Francia è molto complicato. C’è chi chiede o ha bisogno di un vero e proprio ricovero in ospedale psichiatrico, ma non c’è posto. Essere seguiti da uno specialista è anch’esso difficile, perché non ci sono psichiatri. Parlo soprattutto per l’area di Grenoble, ma in molte grandi città la situazione è la stessa. Se una persona poi è in una fase di negazione della malattia o fatica a chiedere aiuto, la situazione attuale non facilita la creazione di un legame con il paziente: e questo penso sia davvero una parte fondamentale del lavoro. Non abbiamo modo di curare queste persone in ospedale e non possiamo farlo nemmeno fuori perché manca l’accesso alle cure».

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