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MONDOIl clima è fuori controllo, «abbiamo bisogno di un infarto per capirlo?»

17.07.23 - 06:30
Per il segretario generale dell'Onu António Guterres il clima è fuori controllo. Cerchiamo di capire la situazione con Luca Mercalli
Reuters - Imago
Il clima è fuori controllo, «abbiamo bisogno di un infarto per capirlo?»
Per il segretario generale dell'Onu António Guterres il clima è fuori controllo. Cerchiamo di capire la situazione con Luca Mercalli

LUGANO - Il record del giorno più caldo. Poi quello della settimana più cocente. E forse è in arrivo anche un mai visto a livello mensile per luglio. Che faccia caldo - troppo - è innegabile. Quanto affermato dalla comunità scientifica da ben 50 anni si sta infine verificando. Lo si è visto con l'alluvione che ha colpito la Romagna a maggio, lo si sta vedendo con i giganteschi incendi che stanno divorando il Canada e con le temperature che in Antartide sono di 10-20 gradi sopra una media decennale.

Di decisioni concrete da parte dei governi e al fine di proteggere la popolazione ne arrivano ben poche. I patti stabiliti per sostenere le comunità più vulnerabili vengono dilatati nel tempo o non rispettati, le Conferenze annuali sul clima continuano a concludersi con un nulla di fatto e la prossima, la Cop28, avrà come presidente il sultano, petroliere e ministro dell'industria e della tecnologia avanzata degli Emirati Arabi Uniti, Ahmed Al Jaber.

Viene quindi da chiedersi: c'è ancora speranza? L'interrogativo lo abbiamo rivolto al climatologo, meteorologo e divulgatore scientifico italiano Luca Mercalli.

António Guterres ha dichiarato che il clima è fuori controllo. Se è davvero così, significa che non c'è più nulla da fare?
«Le parole del segretario generale delle Nazioni Unite non hanno lo stesso valore di quelle che possiamo dire io o lei. Hanno un valore prima di tutto diplomatico. Se le cose non fossero davvero così, qualcuno gli tirerebbe le orecchie. Ha la responsabilità di parlare per 195 governi. Si esprime così perché sa benissimo che ciò che dice si basa su dati scientifici. Inoltre lui è un ingegnere, quindi ha una formazione scientifica. La situazione è grave, ma questo non vuol dire che non si possa fare niente. Come dice sempre Guterres: "Ogni frazione di grado conta". È vero che più in basso stiamo, meglio è. Ma tra i due gradi dell'Accordo di Parigi e i cinque in cui si sceglie la totale inazione, è chiaro che una è meglio dell'altra».

Cosa si sente di dire alle classi politiche responsabili dell'inazione climatica in oltre 50 anni di allarmi?
«Ha ragione Greta Thunberg quando un paio di anni fa ha detto che facciamo blablabla climatico. Continuiamo a parlare, ma l'economia vince sempre. Le priorità sono quelle decise dai grandi profitti economici e non sono mai quelle della scienza. Chi prende queste decisioni sono poi i leader dei singoli governi. A me piace che ci sia una figura come Guterres. Il problema è che le Nazioni Unite non hanno un potere di tipo esecutivo. Sono una grande struttura che mette insieme informazioni, che dà consigli, che cerca di convincere i leader del mondo, ma che si ferma davanti ai singoli governi. Forse dovremmo dare più potere all'Onu, quindi creare una struttura davvero sopra le parti che si occupa dei grandi problemi che interessano tutto il mondo, ma non vedo nessun Paese che vorrebbe dare più potere a un ente terzo, a voler delegare la propria sovranità. Anzi, vediamo che le nazioni si stanno sempre più chiudendo su loro stesse. C'è sempre più nazionalismo, sempre più sovranismo. Non vedo proprio la possibilità di un'azione comune, quella che Guterres chiama "un'azione collettiva per il clima". Senza questa, cito sempre, "ci sarà un suicidio collettivo". È inutile che dia un parere su questo quando la frustrazione emerge anche dal massimo rappresentante mondiale della collettività, che è però litigiosa. Siamo un po' come in un condominio: non c'è mai nessuno d'accordo. Ci vorrebbe davvero l'amministratore del condominio che dicesse: basta, sta crollando il tetto, domani cominciano i lavori di riparazione».

Qualcosa è stato fatto: dal riciclo, alle cannucce biodegradabili. Ma davanti a un problema così grande delle soluzioni così piccole hanno senso?
«Si stanno muovendo tante piccole cose. Hanno sicuramente un effetto ed è meglio averle che non averle, ma non sono sufficienti davanti a un problema così grande. Il clima segue le leggi fisiche, non i nostri desideri, capricci e ritardi. Abbiamo bisogno di un infarto, come una persona con un problema di cuore, per capire che bisogna agire? Se hai un problema al cuore, il campanello d'allarme per curarsi deve essere quello. Non ti dici mica "eh ma tanto è un problema di domani", perché domani c'è l'infarto e sei già morto. Siamo pieni di queste notizie. Dire 30 anni fa che non fosse ancora un problema presente posso ancora essere d'accordo, ma adesso ci siamo dentro».

Esiste un modo giusto ed efficace di manifestare per il clima?
«Stiamo assistendo a un rifiorire del negazionismo. È un'espressione che da un lato protegge certi interessi economici. Dall'altro è proprio una reazione molto ideologica. Un'idea che all'individuo non si possa dettare nulla sull'etica del mondo. L'individuo è libero e può fare tutto quello che vuole. Io non sono in grado di dire se esiste un modo efficace di protestare. Posso però dire che tutto ciò che è stato fatto finora sia dai cittadini, sia dagli scienziati non è servito quasi a nulla. In questo momento le proteste sono anche molto criminalizzate. Ci sono dei segnali inquietanti. Per esempio in Francia Macron ha dissolto "Les soulèvements de la Terre", una grande associazione ambientalista, reputando che avesse caratteristiche da ecoterrorismo. Un conto è dissolvere un'organizzazione terroristica che ha come obiettivo quello di ammazzare della gente, di seminare il caos. Un conto è avere come obiettivo salvare l'umanità. Mi sembra ci sia un grande deficit culturale generalizzato: quando non si è capita la sfida che si ha davanti, si ritiene che sia un problema necessario, per cui non le si dà il peso necessario».

Le vengono in mente altri esempi di questo tipo?
«Pensiamo al rischio di guerra nucleare, mai così vicino come in questi mesi. Eppure, rispetto agli anni Settanta, non vediamo nel mondo i cortei in piazza per il disarmo nucleare. Mi pare che oggi guardiamo al mondo come se fosse un film. Lo facciamo per il nucleare, per il clima, per la perdita di biodiversità, per l'inquinamento che minaccia la nostra stessa vita, la plastica negli oceani. Sembra che tutti vivano in un universo virtuale e che queste cose riguardino un altro luogo. Non vedo quasi mai un impegno di massa, e quello dei piccoli gruppi viene invece sempre più schiacciato. Non mi pare proprio che i governi promuovano la sensibilità verso questi argomenti».

Quasi come se fosse tutto molto lontano...
«Ma questo è finto. Di nuovo come quelli che si ammalavano di Covid e negavano di averlo fino a due minuti prima di morire. Non si può dire che oggi la gente non percepisca che il cambiamento climatico sia già tra noi. Basta pensare ai tre comunicati stampa del 3, 4 e 5 luglio. Sono stati i tre giorni più caldi della storia meteorologica del pianeta Terra. Ognuno ha superato il record stabilito dal giorno prima. Ci sono pezzi di mondo in cui la gente sta morendo di caldo per strada. In Texas è in corso un'ondata di calore epocale. Lo stesso in Cina. In Italia abbiamo avuto un'alluvione nel mese di maggio. Ricordiamoci anche degli incendi in Canada. Il mare sta aumentando di mezzo centimetro all'anno. Si vede. Le spiagge vengono mangiate dalle tempeste. Interi atolli corallini stanno finendo sott'acqua. Non vedo la mancanza di segnali percepibili anche dai non addetti ai lavori. È tutto qui, sotto i nostri occhi. Anche se è ancora a macchie. L'alluvione è venuta in Romagna con i suoi nove miliardi di danni e io che sono a Torino invece stavo bene».

Come immagina o come sarà il clima europeo tra cinque anni?
«Non sarà molto diverso. Pensiamo a come sono andati gli ultimi cinque anni: quello scorso è stato quello più caldo della storia europea e la Svizzera ha perso il 6% dei ghiacciai, e così tutto l'arco alpino; è crollato il ghiacciaio della Marmolada, provocando undici morti. Ci sono stati incendi, alluvioni e, per la prima volta nella storia, a Londra è stata registrata una temperatura di 40 gradi. Fra cinque anni mi aspetto che questi episodi diventino via via più frequenti. Invece dei 40 gradi ce ne saranno 41, l'alluvione sarà un po' più diffusa e la siccità durerà un mese in più».

È spaventato?
«Sì, certo. Ma mi dico che non ho figli, quindi pazienza. Ho fatto la mia parte, anche se come comunità scientifica non siamo riusciti a far passare il messaggio. Tra trent'anni la mia aspettativa di vita termina e poi succeda quel che deve succedere. Almeno posso dire a testa alta che abbiamo provato tutto quello che si poteva provare. Poi non siamo eroi. Quindi ho preso le mie contromisure e sono andato a vivere in montagna, a 1'650 metri di altitudine, come forma di adattamento. Per ripararmi dal caldo di domani. Spero di passare la mia vecchiaia in condizioni accettabili, ossia quando in Pianura Padana sfioreremo i 50 gradi».

Quando ha preso questa decisione?
«Sei anni fa, nel 2017. Ci abito già. Ci sono voluti cinque anni per i lavori e posso vantare una casa efficiente sotto tutti i punti di vista energetici: i consumi sono pari a zero, tutto alimentato da energia solare e isolamento termico energetico. Ho raccontato tutta questa storia tra l'altro in un libro che si intitola "Salire in montagna per sfuggire al riscaldamento globale". Ne ho fatto una riflessione anche come alternativa allo spopolamento montano di cui tanto ci lamentiamo».

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