Reuters
George Floyd, 46 anni, moriva la sera del 25 maggio 2020 a Minneapolis durante un arresto. L'ex agente di polizia che lo ha arrestato, Derek Chauvin, è stato ritenuto colpevole di omicidio preterintenzionale di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio colposo di secondo grado.
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25.05.2021 - 17:450

George Floyd, un anno dopo la riforma della polizia è ancora ferma

Era il 25 maggio 2020 e il 46enne moriva, durante un arresto, soffocato dal ginocchio di un agente di polizia

Il progetto di riforma, approvato dalla Camera nel giugno 2020, è fermo in attesa del voto del Senato. E nel frattempo a Minneapolis si torna in strada.

MINNEAPOLIS - «Non riesco a respirare». Le ultime parole di George Floyd, pronunciate più volte e con un flebile filo di voce, le abbiamo ascoltate tutti. Parole soffocate, mentre il ginocchio di un agente di polizia teneva il suo collo inchiodato al suolo. Per nove minuti e ventinove secondi. Era la sera del 25 maggio del 2020 e oggi, a distanza di un anno, Minneapolis è di nuovo in strada. Perché - nell'attesa della sentenza contro Derek Chauvin, l'ex agente responsabile dell'omicidio di Floyd - i progetti di riforma delle forze dell'ordine americane sono ancora fermi.

Diversi inneschi, ma l'esplosione...
Poco più di mese fa, era il 20 aprile, la giuria confermava il suo storico verdetto: Chauvin colpevole di tutti e tre i capi di accusa. Omicidio preterintenzionale di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio colposo di secondo grado. Il Paese - ma forse sarebbe più corretto parlare di mondo intero, considerando come l'ondata di proteste si sia poi propagata, senza degnare di attenzione alcun confine - aveva gli occhi puntati su quell'aula. Un ulteriore innesco a quella riforma che il presidente americano Joe Biden contava di portare a compimento proprio entro oggi.

Il nodo dell'immunità
Il disegno di legge però, approvato nel giugno dello scorso anno dalla Camera, è ancora fermo allo scoglio del Senato. E il pressing dell'amministrazione Biden sul Congresso non è stato sufficiente per riuscire a non sforare la scadenza. In altre parole, i negoziati tra le forze dello scacchiere politico statunitense proseguono ma ci sono nodi difficili da sciogliere. E tra questi risalta quello della cosiddetta immunità qualificata; uno schermo normativo che mette gli agenti al riparo da eventuali cause civili per aver violato i diritti civili di un cittadino.

L'immunità qualificata, introdotta dalla Corte suprema negli anni '60, era stata in origine pensata come strumento per proteggere i funzionari, presupponendo la buona fede delle loro azioni, ovviamente. E come ridisegnare i contorni di questa norma è uno dei grandi poli della discussione. «L'immunità qualificata racchiude oggi profonde domande su quanta sorveglianza e responsabilità debba esserci sulla polizia», ha detto la professoressa di legge Joanna Schwartz dell'Università della California, interpellata sulla questione dal Los Angeles Times.

L'esempio del Colorado
Qualcosa però si muove. E mentre le forze politiche lavorano per disincagliare il progetto di riforma dagli scogli della Camera alta del Congresso, ci sono Stati che hanno già compiuto passi in proprio per consentire ai cittadini di agire per vie legali contro la polizia in caso di violazione delle leggi statali. È il caso di realtà come il Massachusetts, il Connecticut e il Colorado.

Quest'ultimo in particolare ha approvato lo scorso giugno una legge che è considerata dagli esperti come un modello ideale da replicare a livello nazionale e prevede, tra le varie cose, il divieto di prese al collo e pratiche di soffocamento, l'obbligo di indossare sempre una body-cam (entro il 1° luglio del 2023) e pure la rimozione della tanto discussa immunità qualificata. Un unicum negli Stati Uniti.

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