«Sono stato drogato e rapinato, ho avuto la malaria e il colera. Ma ne è valsa la pena»

Ha visitato più di 80 nazioni e inventato il "vagabonding": il viaggiatore e scrittore americano Rolf Potts ci ha raccontato la sua vita all'insegna dell'avventura.
Ha visitato più di 80 nazioni e inventato il "vagabonding": il viaggiatore e scrittore americano Rolf Potts ci ha raccontato la sua vita all'insegna dell'avventura.
LUGANO - «La mia filosofia? Osa essere solo, perso e annoiato. Se sei solo cercherai qualcuno con cui parlare, se sei perso utilizzerai il tuo cervello in un modo che va oltre a quello che hai davanti, e se sei annoiato andrai a cercare qualcosa di interessante da fare». Ce lo ha detto martedì il 55enne americano Rolf Potts, noto scrittore di viaggio, esploratore e insegnante, nonché autore del bestseller internazionale Vagabonding. Noi l'abbiamo intervistato all'USI, che l'ha ospitato per una lezione aperta al pubblico nell’ambito del Master in International Tourism.
«È partito tutto dai miei nonni» - L’amore di Potts per il viaggio a lungo termine è iniziato quando era ancora ragazzo. «Sono originario del Kansas e lì nessuno viaggiava», spiega. «C’era l’idea, e c’è ancora oggi, che i lunghi viaggi sono qualcosa che si fa da anziani, quando si smette di lavorare. Mio nonno era un contadino e a un certo punto è arrivato il momento di andare in pensione. Mia nonna però purtroppo si è ammalata di Alzheimer, perciò alla fine non hanno mai avuto modo di godersi quegli ultimi anni. Questo mi ha spezzato il cuore e in quel momento ho deciso che avrei viaggiato da giovane, ad ogni costo».
Otto mesi in van - Potts trova quindi lavoro come giardiniere e risparmia tutto ciò che può. A 23 anni, insieme a un amico, parte per un viaggio in van di otto mesi attraverso il Nord America. «Così ho imparato che viaggiare non era costoso, pericoloso o difficile come pensavo», spiega.
Finita questa prima esperienza, Potts si trasferisce in Corea del sud, dove insegna inglese alla popolazione locale. E riesce a mettere via abbastanza soldi da finanziare un viaggio di due anni intorno all’Asia.
Due anni a spasso per l'Asia - «È stato fantastico. Ho comprato una barchetta e ho navigato sul fiume MeKong, ho tentato di invadere il set del film “The Beach” in Thailandia, e ho preso la transiberiana attraversando la Russia e la Mongolia. Ho fatto autostop per l’est Europa, ho viaggiato attraverso Egitto, Israele e Siria, e sono tornato in India a bordo di una nave cargo».
Nel frattempo il giovane Potts inizia a lavorare come scrittore di viaggio per testate come Condé Nast Traveler e National Geographic Traveler, e al contempo riversa riflessioni legate ai suoi viaggi sul suo sito web. «Un giorno una casa editrice mi ha chiesto se sarei stato in grado di racchiudere tutto in un libro. E così è nato Vagabonding», spiega.
Pochi soldi? Si può fare - Ma è ancora possibile, nel 2026, viaggiare con pochi soldi in tasca? «Era più economico negli anni '90 naturalmente», ride, «ma è ancora possibile viaggiare con pochi soldi, adottando una serie di strategie. Una è puntare su regioni economiche come il sud-est asiatico, l’India o il Medio Oriente, e gli ostelli sono sempre una soluzione a buon mercato. È semplicemente una questione di fare a meno del comfort in favore della convenienza».
«Non è per tutti» - Certo, il "vagabonding" non è un concetto universalmente attrattivo. «Non è per tutti. Alcune persone preferiscono stare a casa sul divano e farsi un sonnellino con il loro cane, e non c’è nulla di male. Ma se nel posto in cui vivi tutti amano stare a casa e tu invece sogni di viaggiare...allora fallo».
E Potts sicuramente non si è risparmiato, avendo visitato oltre 80 nazioni. Ma, ci svela, non ha una vera e propria destinazione preferita. «Adoro l’energia di Parigi e camminare per la città, quindi come nazione direi la Francia. Amo però anche gli Stati Uniti occidentali, soprattutto per i road trip. E poi tutti i posti con grandi spazi aperti come la Patagonia o la Mongolia».
«Difficile sì, ma indimenticabile» - Una cosa è certa, non sempre le esperienze “perfette” sono quelle che rimangono nel cuore. «Quando scrolli su Instagram vedi solo viaggi meravigliosi e posti stupendi, ma le esperienze più indimenticabili, per me, sono state quelle difficili. Un esempio è stato viaggiare su un traghetto per 16 ore insieme a mia moglie per raggiungere Vanuatu, uno stato insulare dell'Oceania dove molte persone non hanno a disposizione né elettricità né acqua corrente, ma in cui tutti sembrano felici».
A volte, insomma, «basta guardare un’alba, o condividere un pasto con persone che hai appena conosciuto per capire che sono le piccole cose che rendono bella la vita».
Tra rapine e malattie - Certo, non è sempre tutto rose e fiori. «Esperienze negative o pericolose? Beh, ne ho avute tante», racconta il 55enne. «Sono stato drogato e rapinato a Istanbul, ho avuto la malaria per ben due volte e anche il colera...ma alla fine ne è valsa la pena. Ovviamente non bisogna essere incoscienti, si deve cercare di evitare i pericoli, ma in fondo rischiare esperienze negative è un piccolo prezzo da pagare per vivere tutto il resto. Senza contare che oggi la gente viene truffata o derubata sulla propria porta di casa».
Via gli occhi dagli schermi - I social media, nel frattempo, hanno rivoluzionato anche la concezione del viaggio, con i travel influencer che postano quotidianamente le loro esperienze. «Il rischio è finire per recitare i propri viaggi piuttosto che viverli», sottolinea Potts. «Quando si cerca sempre un posto che appare bello, il luogo in cui ci si trova diventa uno sfondo invece che un ambiente con cui si interagisce».
«Questi contenuti spesso sono fatti bene e possono stimolare le persone a viaggiare, ma se ti trovi dall’altra parte del mondo e sei ancora con lo sguardo attaccato allo schermo del telefono allora è un gran peccato», conclude.




